Non tutte le persone che presentano nel cervello i cambiamenti biologici associati alla malattia di Alzheimer sviluppano demenza. In alcuni casi, infatti, la memoria e le capacità cognitive restano relativamente preservate nonostante la presenza della patologia.
Secondo uno studio condotto dal Netherlands Institute for Neuroscience, una possibile spiegazione potrebbe riguardare il modo in cui un gruppo molto raro di cellule cerebrali, chiamate neuroni immaturi, reagisce al danno. La ricerca è stata realizzata su tessuti cerebrali donati alla Netherlands Brain Bank.
Il fenomeno è noto come resilienza cognitiva: la capacità del cervello di continuare a funzionare anche quando sono presenti alterazioni associate a una malattia neurodegenerativa. Circa il 30% degli anziani che sviluppano la patologia di Alzheimer, secondo quanto riportato nello studio, non manifesta mai i sintomi della malattia.
Capire che cosa protegga questi cervelli è una delle questioni più rilevanti della ricerca sull’invecchiamento. Non significa cercare un’unica causa, ma individuare i processi biologici che potrebbero aiutare alcune persone a tollerare meglio il danno.
Punti chiave
- I neuroni immaturi sono stati identificati anche in cervelli con un’età media superiore agli 80 anni.
- Le cellule erano presenti nei gruppi sani, nei pazienti con Alzheimer e nelle persone con alterazioni patologiche ma senza demenza.
- La resilienza non sembrava dipendere soprattutto da un numero maggiore di queste cellule.
- Nei soggetti resilienti, i neuroni immaturi mostravano programmi associati alla sopravvivenza e alla risposta al danno.
- Erano inoltre presenti segnali più bassi collegati a infiammazione e morte cellulare.
- Il ruolo protettivo di queste cellule resta un’ipotesi da verificare nei cervelli viventi.

Dove sono state cercate le cellule
I ricercatori hanno analizzato campioni di tessuto cerebrale appartenenti a tre gruppi: persone sane, persone con malattia di Alzheimer e persone che presentavano nel cervello i segni biologici dell’Alzheimer senza avere sviluppato demenza. Questo terzo gruppo è particolarmente importante perché permette di studiare la resilienza cognitiva.
L’attenzione si è concentrata su una piccola area del centro della memoria, una delle poche regioni in cui potrebbe ancora verificarsi la produzione di nuovi neuroni nell’età adulta. Poiché le cellule ricercate sono estremamente rare, il gruppo ha utilizzato metodi analitici sviluppati per lo studio del tessuto umano e ha esaminato in modo molto preciso la zona interessata.
Una presenza conservata nella vecchiaia
Le cellule identificate assomigliano a neuroni giovani non ancora completamente maturi. Sono state trovate in tutti i gruppi, anche in persone con un’età media superiore agli 80 anni. Il risultato indica che queste cellule possono persistere nel cervello molto anziano, indipendentemente dalla presenza o meno di alterazioni associate all’Alzheimer.
La sorpresa principale è stata un’altra: le persone resilienti non mostravano quantità molto più elevate di neuroni immaturi rispetto alle persone con Alzheimer. La differenza sembrava quindi riguardare soprattutto il loro comportamento biologico, non il loro numero.
Non solo sostituzione dei neuroni
Nei cervelli resilienti, i neuroni immaturi sembravano attivare programmi che favoriscono la sopravvivenza e aiutano le cellule ad affrontare il danno. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno osservato segnali più bassi collegati all’infiammazione e alla morte cellulare.
Questi dati suggeriscono che i neuroni immaturi potrebbero avere una funzione più ampia della semplice sostituzione delle cellule perdute. Potrebbero sostenere il tessuto circostante e contribuire a mantenerne il funzionamento. L’ipotesi proposta dai ricercatori è quella di un’azione simile a un fertilizzante in un giardino danneggiato: non ricostruirebbe da solo ciò che è stato distrutto, ma potrebbe aiutare l’ambiente restante a rimanere attivo.
Il significato di neurogenesi adulta
La neurogenesi adulta è il processo attraverso cui nuovi neuroni vengono generati nel cervello dopo lo sviluppo. È ben documentata in molte specie animali, mentre nell’essere umano la sua estensione e il suo significato sono ancora oggetto di discussione scientifica. In questo studio, i ricercatori non hanno osservato direttamente la nascita di nuove cellule in una persona vivente. Hanno invece identificato neuroni immaturi in tessuti cerebrali donati e ne hanno studiato le caratteristiche molecolari. Queste cellule sembrano trovarsi in una fase iniziale di maturazione, ma la loro funzione precisa non è ancora dimostrata. Il termine non indica quindi una cura né prova, da solo, che il cervello possa sostituire ampiamente i neuroni perduti. Descrive una possibile risorsa biologica residua, il cui ruolo potrebbe riguardare la riparazione, il sostegno delle cellule vicine o la risposta al danno.
Che cosa mostrano i dati
| Osservazione | Risultato |
|---|---|
| Gruppi studiati | Persone sane, con Alzheimer e resilienti |
| Età avanzata | Neuroni immaturi presenti anche oltre gli 80 anni |
| Quantità cellulare | Nessun aumento marcato nei soggetti resilienti |
| Attività biologica | Segnali di sopravvivenza più evidenti |
| Danno tissutale | Minori segnali legati a infiammazione e morte cellulare |

Un cambio di prospettiva sull’Alzheimer
La ricerca aggiunge un elemento a una domanda sempre più centrale: non solo come la malattia danneggi il cervello, ma anche perché alcuni cervelli riescano a sopportare quel danno senza perdere rapidamente le funzioni cognitive. In questa prospettiva, la patologia visibile nei tessuti non coincide necessariamente con l’esperienza clinica della persona.
I risultati non indicano ancora un nuovo trattamento e non spiegano perché i neuroni immaturi si comportino diversamente nei soggetti resilienti. Tuttavia, suggeriscono che la risposta delle cellule al danno potrebbe essere importante quanto la loro presenza. Le future ricerche dovranno chiarire come queste cellule comunichino con gli altri neuroni e con il tessuto circostante, e se tali interazioni contribuiscano davvero alla conservazione della memoria.
Possibili implicazioni per la ricerca clinica
Dalla quantità alla funzione
Se ulteriori studi confermassero queste osservazioni, l’attenzione potrebbe spostarsi dalla semplice misurazione del numero di cellule alla valutazione del loro stato funzionale. Questo orientamento potrebbe aiutare a comprendere meglio le differenze tra invecchiamento, presenza di patologia e comparsa dei sintomi.
La resilienza cognitiva potrebbe inoltre diventare un modello per individuare meccanismi di protezione, senza presumere che esista un unico fattore responsabile. Lo stesso studio sottolinea infatti che la capacità di resistere all’Alzheimer è probabilmente il risultato di più processi biologici collegati tra loro.
Punti di forza e limiti
Che cosa rende interessante lo studio
- Il confronto comprende persone con patologia e assenza di demenza, un gruppo fondamentale per studiare la resilienza.
- L’analisi è stata condotta su tessuto umano e in una regione cerebrale strettamente collegata alla memoria.
- Le tecniche utilizzate hanno permesso di identificare cellule molto rare anche in cervelli molto anziani.
Perché servono nuove verifiche
Il limite principale è insito nel tipo di materiale analizzato. I tessuti donati permettono di studiare la struttura e i segnali molecolari del cervello, ma non consentono di osservare direttamente come le cellule funzionino durante la vita. Per questo, le loro possibili funzioni vengono dedotte dai dati e non possono ancora essere confermate.
Non è inoltre possibile stabilire da questi risultati se i neuroni immaturi proteggano il cervello, se siano una conseguenza della resilienza o se partecipino a entrambi i processi. Serviranno studi capaci di seguire queste interazioni nel tempo.
Dal punto di vista clinico, questa ricerca invita a non considerare la presenza di alterazioni cerebrali come una previsione automatica della demenza. Per i pazienti, oggi non cambia ancora la diagnosi né indica una terapia specifica, ma apre una direzione importante: studiare i meccanismi che mantengono le funzioni cognitive. In futuro, comprendere la resilienza potrebbe aiutare a sviluppare strategie più mirate, purché i risultati sui tessuti siano confermati da ricerche in persone viventi e inseriti in un quadro biologico complesso.
La scoperta dei neuroni immaturi anche in età molto avanzata rafforza l’idea di un cervello anziano non semplicemente passivo, ma ancora capace di risposte articolate. La strada per tradurre questa possibilità in strumenti clinici è lunga, ma il concetto di resilienza offre una chiave preziosa per leggere l’Alzheimer oltre il solo danno.
Riferimento bibliografico
Giorgia Tosoni, Dilara Ayyildiz, Sarah Snoeck, Elena P. Moreno-Jiménez, Amber Penning, Estibaliz Santiago-Mujika, Olmo Ruiz Ormaechea, Hyunah Lee, Suresh Poovathingal, Kristofer Davie, Julien Bryois, Will Macnair, Jasper Anink, Luuk E. De Vries, Sahand Farmand, Erik Nutma, Dick F. Swaab, Eleonora Aronica, Jinte Middeldorp, Sandrine Thuret, Laurent Roybon, Onur Basak, Carlos P. Fitzsimons, Paul J. Lucassen, Evgenia Salta. Transcriptional profiles of immature neurons in aged human hippocampus track Alzheimer’s pathology and cognitive resilience. Cell Stem Cell, 2026; 33 (5): 763 DOI: 10.1016/j.stem.2026.04.002














