La depressione maggiore è particolarmente frequente nella giovane età adulta e rappresenta una delle principali difficoltà di salute nei campus universitari. Psicoterapia e farmaci possono essere efficaci, ma non sempre garantiscono una risposta completa e possono essere associati a effetti indesiderati.
In questo contesto, la relazione tra salute metabolica e sintomi depressivi sta ricevendo crescente attenzione. Insulino-resistenza, eccesso di tessuto adiposo e processi infiammatori potrebbero contribuire alla vulnerabilità dell’umore, anche se il rapporto tra questi fattori è complesso e non equivale a un semplice rapporto di causa ed effetto.
Un nuovo studio ha esplorato la possibilità di affiancare una dieta chetogenica ben formulata ai trattamenti già in corso in studenti universitari con diagnosi di disturbo depressivo maggiore. La ricerca, pubblicata sulla rivista Translational Psychiatry, è stata condotta presso la Ohio State University.
I risultati sono preliminari, ma indicano che un intervento alimentare seguito da consulenze frequenti può essere realizzato per 10-12 settimane e accompagnarsi a cambiamenti nei sintomi depressivi, nel benessere percepito, nella composizione corporea e in alcune prestazioni cognitive. Lo studio, tuttavia, non dimostra che la dieta sia responsabile da sola dei miglioramenti osservati.
Punti chiave
- Lo studio ha coinvolto studenti tra 18 e 30 anni con depressione maggiore già seguiti con counselling e/o farmaci.
- La dieta prevedeva meno di 50 grammi di carboidrati al giorno e il monitoraggio quotidiano dei chetoni nel sangue.
- Tra i 16 partecipanti che hanno completato il percorso, i sintomi depressivi sono diminuiti del 69% al questionario PHQ-9.
- La valutazione clinica HRSD ha mostrato una riduzione del 71% al termine dell’intervento.
- Sono stati osservati anche calo della massa grassa, aumento del BDNF e miglioramenti in alcuni test cognitivi.
- L’assenza di un gruppo di controllo impedisce di attribuire con certezza questi cambiamenti alla dieta.

Come è stato condotto lo studio
Un intervento aggiuntivo, non sostitutivo
La ricerca ha adottato un disegno prospettico a singolo gruppo. Ventiquattro studenti con diagnosi confermata di disturbo depressivo maggiore hanno iniziato il protocollo; sedici, dieci donne e sei uomini, con età media di 24 anni, lo hanno completato. Tutti erano già impegnati in un percorso di counselling e/o trattamento farmacologico.
La dieta chetogenica ben formulata mirava a mantenere nel sangue livelli di R-beta-idrossibutirrato superiori a 0,5 millimoli per litro, una soglia utilizzata per indicare la chetosi nutrizionale. I partecipanti hanno ricevuto educazione alimentare personalizzata, consulenze continuative, alcuni alimenti compatibili con il regime e assistenza tramite un’applicazione di messaggistica. Ogni mattina misuravano dal dito i livelli di chetoni e glucosio a digiuno.
Che cosa prevedeva il regime alimentare
Il protocollo limitava i carboidrati a meno di 50 grammi al giorno, manteneva le proteine intorno a 1,5 grammi per chilogrammo di peso di riferimento e lasciava ai grassi il restante apporto energetico. Erano incoraggiati alimenti come verdure non amidacee, pesce, carne, uova, frutta a basso indice glicemico, frutta secca, semi, oli e latticini.
| Parametro | Risultato osservato |
|---|---|
| Durata | 10-12 settimane |
| Partecipanti iniziali | 24 |
| Partecipanti che hanno completato | 16 |
| Giorni con chetosi nutrizionale | 73% dei giorni registrati |
| Riduzione PHQ-9 | 69% al termine |
| Riduzione HRSD | 71% al termine |
| Aumento del benessere globale | Quasi triplicato |
I principali cambiamenti rilevati
Nei partecipanti che hanno concluso l’intervento, il punteggio PHQ-9 è diminuito del 37% già alla seconda settimana e del 69% alla valutazione finale. La scala HRSD, compilata da un professionista, ha registrato una riduzione del 59% alla sesta settimana e del 71% al termine. Il miglioramento del benessere percepito è comparso precocemente e nessun partecipante ha riportato un peggioramento significativo dei sintomi durante il periodo osservato.
La massa corporea è diminuita in media di 5 chilogrammi, pari al 6,2%, mentre la massa grassa si è ridotta del 13%. Il livello di leptina, un ormone prodotto dal tessuto adiposo, è calato del 52%. Il BDNF, una proteina coinvolta nel sostegno e nella plasticità delle cellule nervose, è aumentato del 32%.
Alcuni test hanno inoltre evidenziato miglioramenti nella memoria episodica, nella velocità di elaborazione delle informazioni e in aspetti delle funzioni esecutive. Non tutti i compiti cognitivi, però, hanno mostrato cambiamenti significativi.
BDNF è l’acronimo inglese di fattore neurotrofico derivato dal cervello. Si tratta di una proteina che contribuisce alla sopravvivenza, al funzionamento e all’adattabilità delle cellule nervose. È studiata in relazione a memoria, apprendimento e plasticità cerebrale, cioè alla capacità del cervello di modificare le proprie connessioni. Nel disturbo depressivo maggiore, livelli più bassi di BDNF sono stati associati ad alterazioni in regioni come ippocampo e corteccia prefrontale. In questo studio il suo aumento è stato osservato insieme al miglioramento dell’umore, ma non dimostra che il BDNF sia la causa dell’effetto antidepressivo. È un possibile indizio biologico da verificare in ricerche più ampie, non un biomarcatore diagnostico già utilizzabile nella pratica clinica.

Che cosa suggeriscono questi risultati
Un possibile ruolo della psichiatria metabolica
Gli autori interpretano i dati come una prima indicazione di fattibilità: una dieta chetogenica può essere affiancata a counselling e farmaci in alcuni giovani adulti con depressione lieve o moderata, se sostenuta da un’équipe nutrizionale e da un monitoraggio regolare. I possibili meccanismi comprendono cambiamenti nella disponibilità energetica del cervello, nella composizione corporea, nei segnali ormonali e nei processi infiammatori. Nel campione, tuttavia, i marcatori infiammatori non hanno mostrato variazioni significative e la misura dell’insulino-resistenza non è cambiata in modo statisticamente significativo.
Il miglioramento dell’umore è comparso nello stesso periodo dell’avvio della chetosi, ma le analisi non hanno trovato una correlazione significativa tra quantità di chetoni e riduzione dei sintomi. Neppure la perdita di peso è risultata significativamente associata al miglioramento depressivo. Questo significa che la relazione osservata resta da chiarire e potrebbe dipendere da più fattori contemporaneamente.
Sicurezza e applicabilità
Un percorso impegnativo
Due partecipanti hanno riferito mal di testa e crampi muscolari nella prima settimana; i sintomi si sono risolti con il reintegro di elettroliti. Otto persone non hanno completato il protocollo, con un tasso di abbandono del 33%. Nella maggior parte dei casi le ragioni erano indipendenti dalla dieta, ma un partecipante ha riferito stress legato alla difficoltà di seguirla.
La possibilità di estendere il modello ad altri pazienti è quindi ancora incerta. Gli studenti coinvolti avevano accesso a consulenze, alimenti parzialmente forniti e supporto frequente. Nella pratica ordinaria, costi, disponibilità di dietisti, capacità di preparare i pasti e impegni quotidiani potrebbero rendere l’aderenza più difficile. Inoltre, sono state escluse persone con disturbi dell’alimentazione, alcune malattie metaboliche, basso indice di massa corporea e rischio suicidario imminente: i risultati non possono essere applicati automaticamente a questi gruppi.
I limiti da considerare
Il limite principale è l’assenza di un gruppo di controllo o di confronto con un’altra dieta. Non è quindi possibile distinguere l’effetto specifico della dieta da quello del counselling, dei farmaci, del tempo o delle aspettative dei partecipanti. La selezione di persone volontarie e motivate può aver favorito l’aderenza e i risultati. Anche i miglioramenti nei test cognitivi potrebbero essere stati influenzati dalla familiarità acquisita ripetendo le stesse prove.
Gli stessi autori sottolineano la necessità di studi più grandi, randomizzati e controllati, con periodi di osservazione più lunghi. Sarà importante capire se i benefici persistono, se la dieta funziona anche in popolazioni più diverse e quali pazienti possano trarne maggiore vantaggio.
Dal punto di vista clinico, questo studio invita a considerare l’alimentazione come un possibile elemento di supporto, non come sostituto di psicoterapia, farmaci o valutazione del rischio. I risultati sono interessanti perché riguardano sintomi, benessere e alcune funzioni cognitive, ma il disegno sperimentale non consente ancora di proporre la dieta chetogenica come trattamento antidepressivo consolidato. In futuro, l’applicazione concreta dovrebbe prevedere selezione accurata dei pazienti, attenzione alla storia alimentare e supervisione medica e nutrizionale. La ricerca dovrà chiarire non solo se l’intervento funziona, ma anche per chi è sostenibile e sicuro nel lungo periodo.
La ricerca apre dunque una prospettiva promettente ma prudente: il metabolismo potrebbe rappresentare una delle dimensioni da integrare nella comprensione della depressione, purché le nuove ipotesi vengano sottoposte a verifiche rigorose e non trasformate in soluzioni universali.
Riferimento bibliografico
Decker, D.D., Patel, R., Cheavens, J. et al. A pilot study examining a ketogenic diet as an adjunct therapy in college students with major depressive disorder. Transl Psychiatry 15, 322 (2025). https://doi.org/10.1038/s41398-025-03544-8














