La perdita progressiva delle cellule nervose è uno degli aspetti più gravi delle malattie neurodegenerative. Nell’Alzheimer e nella demenza frontotemporale, l’accumulo di proteine dannose all’interno dei neuroni è noto da tempo, ma il passaggio esatto che conduce alla morte cellulare non è ancora completamente chiarito.
Uno studio condotto dal King’s College London, in collaborazione con l’UK Dementia Research Institute, propone ora un possibile nuovo tassello: la karyoptosi, un processo nel quale il nucleo della cellula si restringe progressivamente fino a disgregarsi.
I risultati, pubblicati su Nature Communications, sono basati sull’analisi di circa 3.000 cellule cerebrali provenienti da 28 persone con demenza frontotemporale o Alzheimer in fase avanzata. La ricerca ha individuato segnali di questo meccanismo soprattutto nella corteccia frontale.
Comprendere come muoiono i neuroni è fondamentale per sviluppare trattamenti capaci di rallentare la progressione della malattia. La karyoptosi potrebbe infatti collegare l’accumulo di proteine tossiche alla distruzione delle cellule nervose, indicando un possibile bersaglio per future terapie.
Punti chiave
- La karyoptosi è un possibile meccanismo di morte dei neuroni.
- È stata osservata in cellule cerebrali di persone con Alzheimer e demenza frontotemporale.
- Il processo coinvolge il restringimento e la disgregazione del nucleo cellulare.
- L’accumulo di proteine tossiche può attivare questa sequenza di eventi.
- La chinasi p38 MAP e la proteina LaminB1 emergono come possibili bersagli.
- Le evidenze sono promettenti, ma arrivano ancora soprattutto da analisi cellulari e modelli di laboratorio.

Dalle proteine tossiche alla morte cellulare
Molte malattie neurodegenerative, tra cui Alzheimer, demenza frontotemporale e sclerosi laterale amiotrofica, condividono un elemento: la formazione di accumuli anomali di proteine dentro i neuroni. Questi aggregati sottopongono la cellula a una condizione di stress proteotossico, cioè a un sovraccarico che compromette il normale funzionamento cellulare.
Finora i meccanismi conosciuti di morte cellulare, come l’apoptosi, non sembravano spiegare completamente l’ampia perdita di neuroni osservata in queste patologie. Il gruppo di ricerca ha cercato quindi altre modalità di deterioramento, usando algoritmi computazionali per riconoscere diverse forme di morte nelle cellule cerebrali.
Le evidenze nei tessuti cerebrali
Un confronto tra malattia e invecchiamento
L’analisi ha riguardato cellule della corteccia frontale. I segnali compatibili con la karyoptosi erano presenti nel 35% delle cellule appartenenti a persone con Alzheimer, contro il 15% osservato in persone anziane sane. Lo studio ha incluso anche campioni di persone con demenza frontotemporale, mostrando che il processo può essere una caratteristica comune a forme diverse di demenza.
| Elemento analizzato | Dato riportato |
|---|---|
| Cellule esaminate | Circa 3.000 |
| Partecipanti | 28 persone |
| Segnali di karyoptosi nell’Alzheimer | 35% |
| Segnali nei controlli anziani sani | 15% |
Il ruolo del nucleo cellulare
Secondo i risultati, l’accumulo di proteine dannose può destabilizzare la membrana esterna del nucleo, la struttura che contiene il materiale genetico della cellula. Il nucleo tende così a restringersi e, nella fase finale, a rompersi. Questo processo potrebbe contribuire direttamente alla perdita dei neuroni.
Il termine karyoptosi indica una sequenza di reazioni chimiche che porta alla progressiva contrazione e alla disgregazione del nucleo cellulare. La parola deriva da karyon, termine di origine greca collegato al nucleo, e ptosis, che richiama l’idea di caduta o cedimento. Nel contesto dello studio, non descrive semplicemente la morte della cellula, ma una modalità specifica con cui il nucleo si deteriora dopo l’accumulo di proteine tossiche. Riconoscere questo schema permette di distinguere la karyoptosi da altri processi, come l’apoptosi, e di cercare i segnali molecolari che la avviano. È importante precisare che si tratta di un meccanismo studiato in questo lavoro come possibile elemento della neurodegenerazione: non costituisce ancora una diagnosi clinica né un trattamento disponibile.
Una possibile via molecolare
Gli esperimenti sui neuroni di ratto hanno esaminato le chinasi, proteine che funzionano come interruttori molecolari. Bloccando questi segnali, i ricercatori hanno ridotto i marcatori associati alla karyoptosi. In particolare, l’interazione tra la chinasi p38 MAP e LaminB1 è emersa come un possibile punto da colpire per rallentare la disgregazione del nucleo.

Perché questa scoperta è importante
Individuare un collegamento tra gli aggregati proteici e la morte dei neuroni può aiutare a costruire una mappa più precisa della neurodegenerazione. La karyoptosi potrebbe rappresentare un passaggio intermedio: le proteine tossiche non causerebbero soltanto un malfunzionamento della cellula, ma attiverebbero una sequenza ordinata di eventi che compromette il nucleo e conduce alla morte cellulare.
Se il meccanismo venisse confermato, l’interazione tra p38 MAP e LaminB1 potrebbe diventare un bersaglio per strategie mirate. L’obiettivo non sarebbe necessariamente eliminare ogni accumulo proteico, ma guadagnare tempo e preservare più a lungo i neuroni mentre si sviluppano trattamenti diretti alle cause specifiche delle diverse malattie.
Dalla ricerca di base alle future terapie
Un possibile bersaglio, non ancora una cura
Gli esperimenti indicano che il blocco di alcuni interruttori molecolari riduce i segnali della karyoptosi nei neuroni di ratto. Questo risultato è utile per orientare la ricerca, ma non dimostra ancora che una terapia simile sia efficace o sicura nelle persone. Saranno necessari ulteriori studi per capire se il meccanismo può essere modulato selettivamente nel cervello umano senza interferire con funzioni cellulari indispensabili.
La rilevanza per diagnosi e pratica clinica
Al momento, la karyoptosi non è un biomarcatore clinico né uno strumento diagnostico. La sua possibile utilità riguarda soprattutto la comprensione della malattia e l’identificazione di nuove strategie farmacologiche. Una migliore conoscenza dei processi che precedono la morte neuronale potrebbe, in futuro, contribuire a individuare finestre temporali nelle quali intervenire per rallentare la perdita cellulare.
Punti di forza e limiti
Tra i punti di forza vi sono l’ampia analisi di cellule cerebrali umane, il confronto con persone anziane sane e l’integrazione tra algoritmi computazionali ed esperimenti di laboratorio. Inoltre, il meccanismo è stato osservato in più forme di demenza, suggerendo una possibile rilevanza trasversale.
Restano tuttavia limiti importanti: il numero dei partecipanti è contenuto, i campioni provengono da persone con malattia avanzata e gli esperimenti di blocco sono stati condotti su neuroni di ratto. Non è quindi ancora possibile stabilire se la karyoptosi sia una causa primaria della neurodegenerazione, una conseguenza del danno già presente o uno dei diversi processi che operano contemporaneamente.
Dal punto di vista della pratica psichiatrica e psicoterapeutica, questa ricerca non cambia oggi la diagnosi o la cura delle demenze. Il suo valore è soprattutto prospettico: chiarire come gli aggregati proteici danneggiano i neuroni può rendere più mirati gli interventi futuri e aiutare a proteggere più a lungo le funzioni cognitive. Per i pazienti, il passaggio dalla scoperta biologica a una terapia concreta richiederà conferme nell’uomo, studi di sicurezza e prove di efficacia. La prudenza non riduce l’importanza del risultato: indica semplicemente che la strada verso trattamenti capaci di rallentare la perdita cellulare è ancora in fase di costruzione.
Una nuova tappa nella comprensione della neurodegenerazione
La karyoptosi amplia il quadro dei meccanismi di morte neuronale e offre una possibile spiegazione di come lo stress proteico possa trasformarsi in distruzione del nucleo. Non è ancora una soluzione terapeutica, ma rappresenta una direzione concreta per la ricerca futura sull’Alzheimer e sulla demenza frontotemporale.
Riferimento bibliografico
Rebecca Casterton, Aitana Martinez-Cotrina, Jodi Barnard, Eleanor Wycherley, Yanling Hu, Rhys Anderson, Sebastien Janel, Jiin Byun, Olivia Houghton, Daniel A. Solomon, Juan Alcalde, Frank Lafont, Marc-David Ruepp, Frank Hirth, Bart Tummers, Yong-Yeon Cho, Gian De Nicola, Sarah Mizielinska, Manolis Fanto. Karyoptosis mediates cell death and neurodegeneration upon proteotoxic stress. Nature Communications, 2026; 17 (1) DOI: 10.1038/s41467-026-73802-w














