Nel dibattito su infanzia e tecnologia, una domanda torna sempre più spesso: quanto tempo davanti allo schermo può incidere sullo sviluppo cognitivo?
La questione è diventata ancora più attuale dopo la pandemia, quando tra didattica a distanza, isolamento e maggiore ricorso ai dispositivi digitali, il tempo di esposizione è aumentato in molte fasce d’età.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Translational Psychiatry prova a spostare il tema da una semplice associazione osservata in un singolo momento a una prospettiva più ampia, seguendo i bambini nel tempo. Il punto è rilevante perché il disturbo da deficit di attenzione/iperattività non riguarda solo irrequietezza o distrazione: può influenzare scuola, relazioni e vita quotidiana, soprattutto quando emergono in una fase delicata come quella della crescita.
La ricerca, condotta da un gruppo dell’Università di Fukui, in Giappone, si inserisce in un filone che cerca di capire non soltanto se esista un legame tra schermi e sintomi di ADHD, ma anche se questo legame abbia basi misurabili nel cervello in sviluppo. Proprio qui sta il valore clinico e scientifico del lavoro: osservare se un’abitudine quotidiana si accompagni a cambiamenti strutturali cerebrali durante l’età evolutiva.
Punti chiave
- Lo studio è stato pubblicato su Translational Psychiatry.
- Ha seguito 11.878 bambini tra i 9 e i 10 anni per 2 anni.
- Più tempo di schermo al basale ha previsto più sintomi di ADHD dopo 2 anni.
- È emersa un’associazione con volume corticale inferiore e con alcune modifiche nello sviluppo cerebrale.
- Il volume totale della corteccia sembra spiegare solo in parte il legame tra schermo e sintomi.
- I risultati rafforzano l’idea che il tempo di esposizione digitale vada considerato con attenzione nello sviluppo infantile.

Come è stata studiata l’associazione
Il lavoro ha utilizzato i dati del grande progetto statunitense Adolescent Brain Cognitive Development, una delle più ampie banche dati longitudinali sullo sviluppo cerebrale in età evolutiva. I ricercatori hanno seguito bambini inizialmente di età compresa tra 9 e 10 anni, valutando il tempo trascorso davanti allo schermo, i sintomi comportamentali riportati dai genitori e le misure ottenute con risonanza magnetica.
Il punto di forza dell’impostazione è la durata dell’osservazione: non una fotografia isolata, ma un confronto nel tempo. Questo consente di capire se una maggiore esposizione iniziale ai dispositivi digitali si associ a cambiamenti successivi nei sintomi di ADHD e nella struttura del cervello.
Che cosa hanno trovato i ricercatori
I risultati indicano che un più lungo tempo quotidiano di schermo al basale era associato a un incremento dei sintomi di ADHD dopo 2 anni, anche considerando il livello iniziale dei sintomi. In altre parole, l’associazione non si spiegava soltanto con il fatto che alcuni bambini presentassero già più difficoltà all’inizio.
Lo studio ha inoltre evidenziato relazioni con alcune caratteristiche cerebrali:
- al basale, il tempo di schermo era associato a un volume totale della corteccia più piccolo;
- si osservava anche un volume ridotto del putamen destro;
- dopo 2 anni, l’esposizione prolungata risultava associata a un minore sviluppo dello spessore corticale in aree come il polo temporale destro e specifiche regioni del giro frontale sinistro.
Questi sono territori cerebrali coinvolti in funzioni importanti per il linguaggio, il controllo cognitivo, l’elaborazione delle informazioni e i circuiti della ricompensa. Il dato non implica che lo schermo ‘danneggi’ il cervello in modo diretto e lineare, ma suggerisce una possibile relazione con traiettorie di maturazione cerebrale meno favorevoli.
Sono stati proposti alcuni possibili meccanismi alla base dell’associazione tra il tempo trascorso davanti allo schermo e l’ADHD, in cui l’impulsività e la qualità del sonno sono state identificate come mediatori. Tuttavia, sono poche le ricerche che hanno esaminato i mediatori neurali in questa relazione
In uno studio, un mediatore è una variabile che aiuta a spiegare perché due fenomeni sono collegati. Non dice tutto, ma chiarisce un passaggio intermedio. In questo caso, il volume totale della corteccia sembra spiegare solo in parte il rapporto tra tempo di schermo e sintomi di ADHD: significa che una quota dell’associazione potrebbe passare attraverso differenze nella maturazione cerebrale. È un concetto importante perché non si limita a descrivere una correlazione, ma prova a suggerire un possibile percorso biologico. Tuttavia, anche quando un mediatore è presente, non si dimostra automaticamente una causa diretta: servono ulteriori studi per confermare il meccanismo.
Un possibile ritardo nella maturazione cerebrale
Secondo gli autori, l’insieme dei dati è compatibile con un ritardo della maturazione cerebrale, un pattern che ricorda quello spesso osservato nei bambini con ADHD. In questa lettura, l’esposizione eccessiva agli schermi potrebbe non essere solo una variabile comportamentale, ma anche un fattore capace di accompagnarsi a traiettorie di sviluppo meno rapide in alcune strutture cerebrali.
| Elemento osservato | Esito principale |
|---|---|
| Tempo di schermo iniziale | Più alto |
| Sintomi di ADHD dopo 2 anni | Più severi |
| Volume corticale totale | Più piccolo al basale |
| Spessore corticale in alcune aree | Sviluppo ridotto nel tempo |

Perché questi risultati contano
Il significato principale dello studio non è allarmistico, ma di orientamento. In un’epoca in cui gli schermi sono parte della vita scolastica, sociale e familiare, serve distinguere tra uso necessario e uso eccessivo. Questo lavoro suggerisce che, nei bambini in età scolare, un’esposizione più lunga può associarsi non solo a più sintomi comportamentali, ma anche a differenze nello sviluppo di specifiche aree cerebrali.
Per la pratica clinica, il dato è utile soprattutto come segnale di attenzione: quando un bambino presenta difficoltà di attenzione o iperattività, il tempo digitale non va letto come causa unica, ma come possibile elemento da considerare nel quadro complessivo. Allo stesso tempo, la ricerca invita a non semplificare troppo: il legame osservato è statistico e longitudinale, ma non basta da solo a dimostrare un rapporto di causa-effetto definitivo.
Punti di forza e limiti
Tra i punti di forza spiccano il campione molto ampio, il follow-up di due anni e l’uso di dati di imaging cerebrale insieme a valutazioni comportamentali. Questo rende il lavoro più solido rispetto a studi puramente trasversali, che fotografano una sola fase della vita.
I limiti, però, restano importanti. Il tempo di schermo è un indicatore complesso e può includere attività diverse tra loro: studio, intrattenimento, socialità, contenuti passivi o interattivi. Inoltre, l’associazione con il cervello è descritta a livello di gruppo e non consente di prevedere cosa accada in un singolo bambino.
Dal punto di vista clinico, questo studio rafforza un messaggio prudente ma concreto: nella crescita, il tempo digitale va osservato come parte dell’ambiente di sviluppo, non come dettaglio marginale. Il dato più interessante è che l’associazione con i sintomi di ADHD sembra passare almeno in parte attraverso la maturazione cerebrale, un elemento che rende la relazione più plausibile sul piano neuroscientifico. Per il futuro, sarà importante capire quali tipi di contenuto, quali orari e quali contesti di utilizzo pesano di più, così da offrire indicazioni più mirate a famiglie, scuola e pediatria.
In definitiva, il messaggio che emerge è semplice ma rilevante: negli anni in cui il cervello è ancora in piena maturazione, l’equilibrio tra vita digitale, sonno, movimento e relazioni resta un tema centrale per la salute neuropsicologica dei più giovani.
Riferimento bibliografico
Shou, Q., Yamashita, M. & Mizuno, Y. Association of screen time with attention-deficit/hyperactivity disorder symptoms and their development: the mediating role of brain structure. Transl Psychiatry 15, 447 (2025). https://doi.org/10.1038/s41398-025-03672-1
















