La non-suicidal self-injury (NSSI), o autolesionismo non suicidario, è un segnale clinico che in carcere non può essere letto solo come un gesto individuale. In un ambiente segnato da isolamento, sovraffollamento, incertezza giuridica e accesso disomogeneo alle cure, il corpo diventa spesso il luogo in cui prende forma un disagio che non trova altri canali di espressione.
Un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports ha analizzato in modo retrospettivo la comparsa di episodi di autolesionismo nel carcere pre-giudiziario di San Vittore, a Milano, tra febbraio e ottobre 2023. Il tema è rilevante non solo per la psichiatria forense, ma anche per la salute pubblica: in carcere l’autolesionismo può segnalare sofferenza psicologica, barriere linguistiche e culturali, difficoltà di accesso ai servizi e criticità organizzative.
Il contesto italiano rende questo quadro ancora più delicato. Le strutture sono spesso sovraffollate, la presenza di persone straniere è elevata e molti detenuti si trovano in custodia cautelare, quindi in una fase di forte instabilità. In questo scenario, riconoscere chi è più esposto al rischio di ferirsi diventa essenziale per intervenire prima che il problema si ripeta o si aggravi.
Lo studio milanese non fotografa soltanto una frequenza di episodi, ma suggerisce anche che l’autolesionismo in carcere possa avere una funzione comunicativa: un modo per chiedere un cambiamento, segnalare un bisogno o ottenere attenzione clinica in un sistema percepito come poco accessibile.
Punti chiave
- Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports.
- Ha analizzato uomini detenuti a San Vittore tra febbraio e ottobre 2023.
- Il 8% dei 712 partecipanti ha riportato almeno un episodio di autolesionismo non suicidario.
- Quasi il 90% degli episodi ha coinvolto persone provenienti dal Nord Africa.
- Nei più giovani il rischio è risultato più alto.
- Una storia precedente di autolesionismo è emersa come forte fattore di rischio.
- Gli autori sottolineano il bisogno di interventi culturalmente competenti e mirati all’età.

Che cosa ha osservato lo studio
La ricerca ha incluso tutti gli uomini entrati nel carcere di San Vittore tra il 1 febbraio e il 6 giugno 2023, con aggiornamento dei dati fino al 1 ottobre 2023. In totale sono stati analizzati 712 detenuti, con un tempo mediano di permanenza di 49 giorni. Tra loro, 57 persone hanno presentato almeno un episodio di autolesionismo non suicidario.
Il dato più evidente è la forte concentrazione degli episodi in un sottogruppo specifico: le persone di origine nordafricana. Pur rappresentando circa un terzo del campione, hanno concentrato quasi il 90% degli episodi totali.
Nella discussione, gli autori leggono questa sproporzione come il risultato possibile di fattori strutturali, culturali e relazionali, oltre che di una maggiore vulnerabilità clinica nei più giovani.
Quando e come si verificano gli episodi
Tra chi si è autoferito, la mediana degli episodi per persona è stata pari a 3, con un intervallo da 1 a 26. Il primo episodio è comparso in media dopo 26 giorni dall’ingresso in carcere. Il metodo più frequente è stato il taglio; gesti come ingestione di oggetti o percosse sono risultati meno comuni. Nella maggior parte dei casi la gravità delle lesioni è stata bassa e l’atto è avvenuto soprattutto in cella.
Le motivazioni riportate hanno mostrato differenze interessanti. Nel gruppo nordafricano, le richieste più frequenti riguardavano il cambio di collocazione, la regolazione emotiva e la richiesta di terapia farmacologica. Negli altri gruppi, invece, erano più presenti richieste legate a permessi, oggetti o lavoro.
Questo aspetto rafforza l’idea che il gesto non sia sempre e solo un’espressione di sofferenza interna, ma talvolta anche una forma di comunicazione con l’istituzione.
Quali fattori contano di più
Le analisi statistiche hanno distinto i fattori associati alla comparsa di almeno un episodio e quelli collegati alla frequenza degli episodi. Nei detenuti nordafricani, l’età più giovane e una storia precedente di autolesionismo sono risultate associate a un rischio più alto. Nelle altre provenienze, invece, hanno pesato soprattutto la presenza di disturbi psichiatrici, i precedenti atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio.
Alcuni fattori sono apparsi protettivi: avere figli e un titolo di studio più alto, nel gruppo non nordafricano, si sono associati a un rischio minore. Anche la conoscenza insufficiente dell’italiano è emersa come segnale di vulnerabilità, almeno in analisi preliminare.
| Elemento | Dato principale |
|---|---|
| Partecipanti | 712 uomini detenuti |
| Incidenza di NSSI | 8% |
| Episodi totali | 291 |
| Episodi in persone nordafricane | 90% |
| Mediana tempo al primo episodio | 26 giorni |
| Metodo più comune | Taglio |
È un modello statistico usato quando i dati contengono moltissimi zeri, ma anche un numero limitato di persone con più episodi ripetuti. In questo studio serve a descrivere due aspetti insieme: da un lato chi non presenta mai autolesionismo, dall’altro chi tende a ripeterlo nel tempo. La parte ‘zero-inflated’ stima la probabilità di appartenere al gruppo che, per caratteristiche proprie o del contesto, non svilupperà mai l’evento osservato. La parte ‘negative binomial’ misura invece quante volte l’evento accade tra chi è a rischio. È uno strumento utile in sanità pubblica quando gli episodi sono rari in molti soggetti, ma ricorrenti in una minoranza.
Nel complesso, l’analisi suggerisce che l’autolesionismo in carcere possa riflettere sia sofferenza psicologica sia una difficoltà concreta nel farsi ascoltare all’interno dell’istituzione. Questo è particolarmente vero in un ambiente ad alta rotazione, con permanenze brevi, sovraffollamento e presenza di barriere linguistiche e culturali.

Che cosa cambia per la pratica clinica
Il dato più importante non è solo la frequenza dell’autolesionismo, ma la sua distribuzione diseguale. Lo studio indica che il rischio non è omogeneo: si concentra soprattutto nei più giovani, nelle persone con pregresso autolesionismo e, nel contesto osservato, in particolare tra i detenuti di origine nordafricana. Per la clinica penitenziaria questo significa che la prevenzione non può basarsi su strumenti generici o su un’unica griglia di valutazione.
Gli autori richiamano la necessità di interventi culturalmente competenti, con mediatori linguistici, personale formato sulla comunicazione interculturale e percorsi capaci di riconoscere il significato del gesto oltre la sua dimensione lesiva. In pratica, un episodio di autolesionismo non andrebbe letto soltanto come un evento da contenere, ma come un indicatore di bisogni sanitari, sociali o relazionali ancora non intercettati.
Punti di forza e limiti
Tra i punti di forza, lo studio ha il merito di aver raccolto dati reali in un carcere sovraffollato e ad alta complessità, un contesto poco rappresentato nella letteratura italiana. Inoltre, ha distinto tra frequenza, tempo al primo episodio e caratteristiche degli autolesionismi, offrendo una lettura più sfumata del fenomeno.
I limiti sono però importanti: il lavoro riguarda un solo istituto, solo uomini, e si basa su cartelle cliniche routine, quindi alcuni episodi potrebbero essere sfuggiti alla registrazione. Anche il periodo di osservazione è relativamente breve e non consente di valutare bene eventuali effetti stagionali o differenze tra strutture diverse.
Dal punto di vista clinico, questo lavoro ricorda che in carcere l’autolesionismo è spesso un segnale di vulnerabilità sommersa prima ancora che un comportamento da correggere. La combinazione tra età giovane, migrazione, barriere linguistiche e storia di autolesionismo disegna un profilo di rischio che può essere intercettato solo con équipe integrate e attenzione continuativa. Per i pazienti detenuti, le implicazioni concrete riguardano la possibilità di ricevere risposte più rapide, meno punitive e più mirate; per i servizi, la sfida sarà trasformare questi episodi in occasioni di presa in carico precoce, non in semplici eventi emergenziali.
Conclusione
In un sistema penitenziario segnato da sovraffollamento e risorse limitate, l’autolesionismo non è solo un problema individuale ma anche un segnale di fragilità organizzativa. Lo studio di San Vittore mostra che prevenire questi episodi richiede attenzione clinica, sensibilità culturale e riforme strutturali. Senza questo cambio di prospettiva, il rischio è che il corpo continui a diventare l’unico mezzo per rendere visibile un disagio che resta senza risposta.
Riferimento bibliografico
Cairone, C., Mazzilli, S., Carlino, C. et al. Incidence and determinants for non-suicidal self-injury in an Italian prison in Milan (Feb–Oct 2023): a retrospective cohort analysis. Sci Rep 15, 42760 (2025). https://doi.org/10.1038/s41598-025-27094-7
















