Nel dibattito sull’ADHD torna con forza una domanda che riguarda non solo la diagnosi, ma il modo in cui scuola e servizi leggono il disagio dei più giovani: quanto pesa l’ambiente, e quanto invece il profilo del singolo?
A partire da una ricerca citata da Orizzonte Scuola e collegata al libro States of Mind, alcuni ricercatori della University College of London mettono in discussione l’aumento delle certificazioni del disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività.
Il punto non è negare che esistano difficoltà reali, ma chiedersi se una parte crescente di comportamenti oggi definiti patologici non sia legata anche a contesti scolastici e sociali poco adatti ai ragazzi. In altre parole, il problema potrebbe non essere sempre “dentro” il bambino, ma nel rapporto tra il bambino e ciò che lo circonda.
Questa prospettiva è rilevante perché oggi le diagnosi di ADHD sono aumentate in molti paesi occidentali. Di fronte a numeri in crescita, il rischio è quello di rispondere solo con etichette o interventi rapidi, senza interrogarsi sulle condizioni quotidiane che generano stress, disattenzione o agitazione.
La ricerca richiama così l’attenzione su scuola, partecipazione e adattamento degli ambienti, temi centrali per la salute mentale in età evolutiva.
Punti chiave
- La crescita delle diagnosi di ADHD solleva interrogativi sul ruolo del contesto.
- Lo studio richiama l’attenzione su scuola e servizi, non solo sui sintomi.
- Gli adolescenti sono spesso esclusi dalle decisioni che li riguardano.
- Alcuni comportamenti cambiano a seconda dell’ambiente in cui si trovano i ragazzi.
- L’ipotesi centrale è che non tutto ciò che appare patologico lo sia davvero.
- La partecipazione dei giovani è vista come elemento essenziale di supporto.

Che cosa sostiene la ricerca
Secondo gli autori, troppi giovani vengono descritti come se avessero un “cervello diverso” senza valutare con attenzione il contesto in cui vivono. La ricerca, maturata nel quadro di un lavoro di otto anni condotto insieme a scuole secondarie, centri comunitari e strutture di accoglienza, si concentra su come i ragazzi interagiscono con i sistemi di istruzione e di salute mentale.
Il peso del contesto
Il messaggio centrale è che molti interventi si limitano a gestire i sintomi invece di affrontare le cause del disagio. Spostare un banco, cambiare l’orario, rivedere il metodo didattico o ascoltare i bisogni degli studenti sono esempi di soluzioni pratiche che, secondo i ricercatori, vengono spesso messe in secondo piano rispetto a diagnosi rapide o trattamenti centrati solo sul comportamento.
In questa cornice, l’espansione dei servizi di salute mentale viene descritta come un rimedio parziale: utile in alcuni casi, ma non sufficiente se non accompagna un cambiamento degli ambienti di vita.
La questione dei “due contesti”
Un aspetto particolarmente interessante riguarda il criterio diagnostico dell’ADHD, che richiede la presenza dei comportamenti in almeno due contesti, per esempio casa e scuola. I ricercatori osservano però che gli stessi ragazzi che a scuola appaiono distratti o iperattivi possono restare concentrati per ore in attività come cucinare, pescare o giocare a calcio.
Questo dato, presentato come semplice ma decisivo, suggerisce che la disattenzione e l’iperattività non siano necessariamente tratti fissi della personalità. Più che un difetto costante del bambino, potrebbero emergere in ambienti specifici e attenuarsi in altri. Da qui la domanda che attraversa tutto il lavoro: il problema è nel ragazzo, oppure nell’interazione tra il ragazzo e un ambiente poco favorevole?
Dati e osservazioni principali
| Elemento | Indicazione |
|---|---|
| Durata del lavoro sul campo | 8 anni |
| Contesti coinvolti | Scuole secondarie, centri comunitari, strutture di accoglienza |
| Criterio diagnostico richiamato | Presenza dei comportamenti in almeno 2 contesti |
| Esempi di attività in cui l’attenzione migliora | Cucinare, pescare, giocare a calcio |
| Critica principale | Tendenza a patologizzare comportamenti che possono dipendere dal contesto |
Nel complesso, il lavoro spinge a leggere l’ADHD anche come una questione di adattamento tra persona e ambiente, non solo come diagnosi individuale.

Che cosa cambia per scuola e servizi
Se questa lettura viene presa sul serio, le implicazioni toccano direttamente scuola, famiglia e servizi di salute mentale. Il punto non è abolire la diagnosi, ma evitare che diventi la risposta automatica a ogni difficoltà comportamentale.
Secondo i ricercatori, etichettare un bambino come malato può impedire di indagare i fattori che alimentano il suo disagio e di capire quali aspetti sociali influenzano davvero il benessere mentale.
Dalla gestione del sintomo alla progettazione del contesto
Il lavoro richiama la necessità di soluzioni più vicine alla vita quotidiana dei ragazzi. Ascoltare i diretti interessati, coinvolgerli nelle decisioni e adattare gli ambienti educativi sono passaggi considerati essenziali. In questo senso, l’idea di “cura” si sposta: non solo contenere i comportamenti, ma costruire contesti più funzionali, capaci di ridurre l’alienazione e favorire la partecipazione.
Per la pratica clinica, questo significa osservare con attenzione quando e dove compaiono le difficoltà, quali attività invece aiutano la concentrazione e quali fattori ambientali peggiorano il quadro. Anche per la scuola, il messaggio è chiaro: non tutte le difficoltà vanno lette come segno di un deficit interno; alcune possono indicare una distanza tra i bisogni del ragazzo e l’organizzazione dell’ambiente.
Forza e limiti della prospettiva
Tra i punti di forza emerge la capacità di riportare al centro il contesto, un aspetto spesso trascurato nelle discussioni pubbliche sull’ADHD. Inoltre, il lavoro mette in luce un elemento concreto: la variabilità del comportamento a seconda delle situazioni.
Per questo la lettura proposta non va intesa come una negazione dell’ADHD, ma come un invito a guardare oltre l’etichetta. In una fase in cui le diagnosi aumentano e i sistemi educativi faticano a rispondere alla complessità dei bisogni, il messaggio più rilevante è forse questo: capire un ragazzo significa osservare anche l’ambiente in cui cresce, non soltanto il comportamento che mostra in classe.
Link fonte:
Andrea Carlino. Diagnosi di ADHD, la critica degli psicologi: “Forse abbiamo esagerato. I ragazzi non sono malati, è l’ambiente che non funziona”. 30 Mag 2026 https://www.orizzontescuola.it/diagnosi-di-adhd-la-critica-degli-psicologi-forse-abbiamo-esagerato-i-ragazzi-non-sono-malati-e-lambiente-che-non-funziona/
















