Nel disturbo bipolare, capire perché alcune persone sviluppano forme diverse della malattia non è solo una questione teorica: può avere ricadute su diagnosi più precise, percorsi di cura e ricerca di trattamenti personalizzati.
Un nuovo lavoro pubblicato su Journal of Affective Disorders prova a mettere ordine in un campo ancora frammentato, quello delle differenze di neuroimaging tra disturbo bipolare di tipo 1 e disturbo bipolare di tipo 2.
Il problema di fondo è noto da tempo: i due sottotipi condividono alcuni sintomi e alcune vulnerabilità, ma non sono sovrapponibili sul piano clinico. Nel tipo 1 gli episodi maniacali sono più marcati, mentre nel tipo 2 prevalgono episodi depressivi e ipomaniacali. Sul versante biologico, però, le differenze sono state più difficili da definire con chiarezza.
Per questo una revisione sistematica con meta-analisi può essere utile: consente di confrontare i risultati di più studi e cercare segnali coerenti nelle immagini cerebrali, invece di affidarsi a singole osservazioni isolate. In questo caso, l’obiettivo era individuare eventuali firme neurali comuni e distinte tra i due sottotipi.
Il tema è particolarmente rilevante oggi perché la psichiatria sta cercando marcatori più affidabili per descrivere meglio i disturbi dell’umore e, in prospettiva, per orientare interventi più mirati.
Punti chiave
- La revisione confronta le differenze di neuroimaging tra disturbo bipolare di tipo 1 e di tipo 2.
- Gli autori hanno analizzato studi di risonanza magnetica strutturale, funzionale e con tensore di diffusione.
- Il lavoro include 38 studi per un totale di 41 esperimenti.
- Alcuni risultati sono comuni ai due sottotipi, altri suggeriscono profili cerebrali diversi.
- Il tipo 1 appare più associato a alterazioni diffuse e a una maggiore disconnessione emotiva.
- Il tipo 2 mostra una maggiore conservazione volumetrica sottocorticale, ma alterazioni della connettività differenti.

Che cosa ha cercato la revisione
La revisione, guidata da Alessandro Miola e collaboratori, ha interrogato i database PubMed e Scopus fino a marzo 2024, includendo studi basati su risonanza magnetica strutturale, funzionale e su tensore di diffusione. Alla fine sono stati selezionati 38 studi di risonanza magnetica, corrispondenti a 41 esperimenti.
Un mosaico di tecniche, non una singola misura
La scelta di integrare approcci diversi è importante perché il cervello può essere osservato da più angolazioni: la risonanza strutturale descrive volumi e spessori, quella funzionale mostra come le aree comunicano o si attivano durante compiti e riposo, mentre il tensore di diffusione permette di esplorare la microstruttura della sostanza bianca, cioè le “connessioni” che mettono in rete le diverse regioni cerebrali.
Cosa emerge dalle immagini cerebrali
Nel complesso, i risultati strutturali non sono stati perfettamente uniformi. Le differenze di volume e di superficie corticale tra i due sottotipi restano infatti contraddittorie in diversi studi. Tuttavia, alcuni segnali si ripetono con una certa coerenza.
Le principali tendenze osservate
- BD-I ha mostrato riduzioni diffuse del volume della sostanza grigia.
- Nel tipo 1 sono stati osservati ventricoli laterali più grandi e una riduzione dello spessore corticale.
- La riduzione del volume di ippocampo e cervelletto è comparsa in entrambi i sottotipi, ma non è bastata a distinguerli.
- Le alterazioni della sostanza bianca sono risultate eterogenee e non sempre replicate.
- Il tipo 1 ha però mostrato una tendenza verso una microstruttura della sostanza bianca più compromessa e una maggiore frequenza di iperintensità rispetto al tipo 2.
Le immagini funzionali aggiungono un livello interpretativo ulteriore. Qui gli autori descrivono differenze tra i sottotipi sia durante l’esecuzione di compiti sia in stato di riposo, con un quadro che suggerisce modalità diverse di elaborazione della ricompensa e di regolazione delle emozioni.
| Aspetto analizzato | Disturbo bipolare tipo 1 | Disturbo bipolare tipo 2 |
|---|---|---|
| Sostanza grigia | Riduzioni diffuse del volume | Alterazioni meno marcate |
| Ventricoli laterali | Più grandi | Non evidenziato come tratto distintivo |
| Spessore corticale | Diminuito | Non descritto come caratteristica principale |
| Sostanza bianca | Più compromessa, con più iperintensità | Più eterogenea, con minore compromissione |
| Funzione cerebrale | Maggiore disconnessione nei circuiti emotivi | Alterazioni della connettività distinte |

Che cosa significa per la clinica
Il messaggio centrale della revisione è prudente ma chiaro: disturbo bipolare di tipo 1 e tipo 2 condividono alcune caratteristiche cerebrali, ma non sembrano sovrapponibili. Il tipo 1 appare associato a alterazioni più marcate della sostanza bianca e a una maggiore disconnessione nei circuiti della regolazione emotiva. Il tipo 2, invece, mostra una conservazione volumetrica sottocorticale più evidente, pur presentando anomalie della connettività proprie.
Un passo verso una classificazione più fine
Questi risultati non modificano da soli la pratica clinica, ma rafforzano l’idea che i sottotipi del disturbo bipolare abbiano basi neurobiologiche in parte diverse. In prospettiva, una migliore definizione dei profili cerebrali potrebbe aiutare a chiarire la fisiopatologia del disturbo e a sostenere approcci più personalizzati.
Per la ricerca, il valore principale sta proprio nell’aver riunito in modo sistematico studi che usavano metodiche differenti. In un campo dove i risultati sono spesso frammentari e non sempre replicabili, una sintesi di questo tipo offre una mappa più ordinata dei segnali disponibili.
Forze e limiti del lavoro
Tra i punti di forza spiccano l’approccio sistematico, l’ampiezza del materiale incluso e l’attenzione a più livelli di analisi cerebrale. Allo stesso tempo, il quadro resta complesso: gli autori segnalano risultati eterogenei, soprattutto per la sostanza bianca e per le differenze strutturali, che non sempre trovano conferma tra gli studi.
In altre parole, la revisione non chiude il dibattito, ma lo rende più leggibile. Mostra che i sottotipi del disturbo bipolare non sono separati da confini netti sul piano neurale, eppure presentano segnali di differenziazione sufficienti a giustificare ulteriori indagini. È proprio in questa zona intermedia, tra somiglianze e divergenze, che si gioca una parte importante della futura comprensione del disturbo bipolare.
Riferimento: J Affect Disord. 2026 Feb. doi: 10.1016/j.jad.2025.120605
Link fonte:
Miola, A., Salvucci, M., Meda, N., Cattarinussi, G., Loré, M. L., Ghiotto, N., Collantoni, E., Boldrini, T., Nunez, N. A., Ercis, M., De Prisco, M., Fornaro, M., Solmi, M., Veldic, M., Radua, J., Vieta, E., Frye, M. A., & Sambataro, F. (2026). Neural signatures of bipolar disorder subtypes: A comprehensive systematic review of neuroimaging studies. Journal of affective disorders, 394(Pt B), 120605. https://doi.org/10.1016/j.jad.2025.120605
















