L’idea che un semplice esame del sangue possa aiutare a capire quando compariranno i sintomi dell’Alzheimer è affascinante, ma anche delicata. Negli ultimi anni i biomarcatori plasmatici hanno cambiato il modo di osservare la malattia, avvicinando la diagnosi biologica alla pratica clinica e alla ricerca sui trattamenti precoci.
Ora un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine prova a fare un passo ulteriore: trasformare il biomarcatore p-tau217 in una sorta di orologio biologico capace di stimare il tempo che separa la positività del test dall’esordio dei sintomi.
Il lavoro, coordinato da Suzanne Schindler della Washington University di St. Louis, parte da un presupposto ormai centrale nella ricerca sull’Alzheimer: alcuni segnali patologici tendono ad accumularsi in modo relativamente prevedibile prima della comparsa dei disturbi cognitivi.
Se è possibile collocarli lungo una linea temporale affidabile, allora diventa più facile individuare chi è più vicino alla fase clinica della malattia e, in prospettiva, selezionare meglio i partecipanti agli studi di prevenzione secondaria.
Punti chiave
- Lo studio, pubblicato su Nature Medicine, valuta se il p-tau217 plasmatico possa funzionare come un “orologio” dell’Alzheimer.
- I ricercatori hanno usato dati longitudinali di due coorti: Knight ADRC e ADNI.
- Il modello stima sia la probabilità di sviluppare sintomi sia il momento in cui questi potrebbero comparire.
- La finestra di maggiore utilità del biomarcatore va da 1,06% a 10,45% di tau fosforilata in posizione 217.
- Quando il %p-tau217 diventa positivo a un’età più avanzata, i sintomi tendono a comparire prima.
- La precisione è promettente per la ricerca, ma non sufficiente per una prognosi individuale in clinica.

Come è stato costruito l’orologio del p-tau217
Due coorti, misure seriali e modelli temporali
Per capire se il p-tau217 nel sangue possa davvero comportarsi come un marcatore temporale, il gruppo di Petersen ha analizzato campioni raccolti in modo longitudinale in due grandi coorti osservazionali: Knight Alzheimer’s Disease Research Center e Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative.
In totale, il modello è stato costruito su 603 partecipanti con misurazioni ripetute, ma solo su quelli con valori compresi nel range in cui il biomarcatore mostrava un andamento coerente nel tempo.
Questo intervallo utile era compreso tra 1,06% e 10,45%. Dentro questi limiti, il segnale saliva in modo abbastanza simile nelle due coorti: prima lentamente, circa 0,1% all’anno, poi più rapidamente, fino a un incremento annuo di circa 0,6% quando si avvicinava al 10%. Al di fuori di questo spazio, il comportamento del marcatore diventava troppo irregolare per essere usato con affidabilità nel modello.
Gli autori hanno definito positivo il valore di 4,06% di p-tau217, perché corrisponde a un valore di riferimento compatibile con positività all’amyloid-PET. Da qui hanno applicato due approcci statistici già usati in precedenza per altri biomarcatori: TIRA e SILA. Entrambi servono a ricostruire la traiettoria del biomarcatore nel tempo e a stimare quando una persona abbia raggiunto, o raggiungerà, la soglia di positività.
Dal biomarcatore ai sintomi
Una volta collocato il p-tau217 sulla sua linea temporale, i ricercatori hanno chiesto se l’età in cui il biomarcatore diventa positivo si associ anche al momento dell’esordio clinico. La risposta, nei limiti dei dati disponibili, è stata positiva: più avanzata è l’età di positività, più breve è l’intervallo fino ai sintomi.
In altre parole, chi diventa p-tau217-positivo a 60 anni può rimanere asintomatico per molti anni, mentre chi raggiunge la positività a 80 anni tende a manifestare deficit in un tempo molto più breve. Lo stesso schema emerge sia con TIRA sia con SILA, e il modello ha mostrato di poter stimare l’età di comparsa dei sintomi con un errore mediano di circa 3-4 anni nei soggetti che durante il follow-up sono realmente passati da cognitivamente integri a compromessi.
| Elemento | Dato riportato |
|---|---|
| Cohort analizzate | Knight ADRC e ADNI |
| Partecipanti con misure longitudinali | 603 complessivi |
| Range utile del biomarcatore | 1,06%–10,45% |
| Soglia di positività | 4,06% |
| Errore mediano di previsione dell’esordio | 3,0–3,7 anni |
Una differenza importante: “se” e “quando”
Lo studio distingue tra due domande diverse ma collegate.
- La prima è se una persona svilupperà sintomi: qui entrano in gioco le analisi di sopravvivenza, che stimano la probabilità di restare cognitivamente integra nel tempo.
- La seconda è quando ciò potrebbe accadere: qui intervengono i modelli di regressione sulle persone che hanno effettivamente sviluppato deficit durante il follow-up.
Secondo gli autori, i due aspetti si tengono insieme ma non sono identici. Per questo hanno anche reso disponibile un portale online che permette ai ricercatori di testare il modello su altre coorti, con l’obiettivo di valutarne la robustezza fuori dai dataset originali.

Che cosa può cambiare nella ricerca sull’Alzheimer
Utilità per gli studi di prevenzione secondaria
Il risultato più concreto, al momento, riguarda la ricerca clinica. Un biomarcatore capace di indicare non solo la presenza di una patologia biologica, ma anche la sua posizione nel tempo, può aiutare a selezionare persone più vicine all’esordio dei sintomi. Questo è particolarmente importante negli studi di prevenzione secondaria, che cercano di rallentare o rinviare la comparsa del deterioramento cognitivo in persone ancora prive di disturbi evidenti.
In questo contesto, il p-tau217 plasmatico presenta un vantaggio evidente: è più accessibile e meno invasivo rispetto alla PET o all’esame del liquor cerebrospinale. Se ulteriormente raffinato, potrebbe diventare uno strumento utile per stratificare il rischio, aumentare la potenza statistica dei trial e migliorare la scelta dei partecipanti.
Perché la prudenza resta necessaria
Gli stessi autori sottolineano però che questa è solo una versione 1 del modello. La precisione ottenuta, pur interessante, non basta per fare prognosi sul singolo paziente in ambulatorio. I dati provengono da coorti selezionate, con persone seguite in contesti di ricerca e con un livello di istruzione relativamente alto; questo limita la generalizzabilità a popolazioni più eterogenee.
Inoltre, il lavoro si basa su una fascia di valori del biomarcatore in cui l’andamento è prevedibile: fuori da quel range, il comportamento del p-tau217 diventa troppo instabile per essere modellato con la stessa sicurezza. Anche la presenza di altre condizioni, comorbidità e co-patologie potrebbe modificare il tempo di comparsa dei sintomi, ma queste componenti non sono descritte in modo completo nel dataset disponibile.
Il significato del risultato
Il dato più interessante non è l’idea che un singolo esame “predica” l’Alzheimer, ma che il tempo biologico della malattia può essere ricostruito con una precisione crescente. In questa prospettiva, il p-tau217 non sostituisce la valutazione clinica, ma aggiunge un livello di lettura temporale ai biomarcatori del cervello.
Il messaggio finale è quindi misurato ma importante: l’idea di un orologio plasmatico per l’Alzheimer non è più soltanto teorica. La strada verso l’uso clinico resta lunga, ma il lavoro pubblicato su Nature Medicine mostra che il sangue può raccontare qualcosa non solo sulla presenza della malattia, ma anche sul suo possibile ritmo di avvicinamento ai sintomi.
Link fonte:
Petersen KK, Milà-Alomà M, Li Y, Du L, Xiong C, Tosun D, Saef B, Saad ZS, Du-Cuny L, Coomaraswamy J, Mordashova Y, Rubel CE, Meyers EA, Shaw LM, Dage JL, Ashton NJ, Zetterberg H, Ferber K, Triana-Baltzer G, Baratta M, Rosenbaugh EG, Cruchaga C, McDade E, Holtzman DM, Morris JC, Sabandal JM, Bateman RJ, Bannon AW, Potter WZ, Schindler SE, Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI), Foundation for the National Institutes of Health (FNIH) Biomarkers Consortium Plasma Aβ and Phosphorylated Tau as Predictors of Amyloid and Tau Positivity in Alzheimer’s Disease Project Team. Predicting onset of symptomatic Alzheimer’s disease with plasma p-tau217 clocks. Nat Med. 2026 Mar;32(3):1085-1094.


















