Un composto psichedelico legato alla tradizione dell’ayahuasca amazzonica potrebbe aprire una nuova strada nella cura della depressione. A riferirlo è The Guardian, che riporta i risultati di uno studio clinico di fase II pubblicato su Nature Medicine.
Al centro della ricerca c’è la dimetiltriptamina, o DMT, una sostanza psicoattiva capace di indurre un’esperienza intensa ma di breve durata.
Il tema è rilevante perché la depressione resta una delle condizioni più diffuse e difficili da trattare, soprattutto quando i sintomi resistono ai farmaci tradizionali o tornano dopo i primi miglioramenti.
Negli ultimi anni, l’interesse per terapie assistite da psichedelici è cresciuto, ma le prove disponibili sono ancora limitate e molto diverse tra loro. In questo contesto, ogni dato clinico ben controllato è prezioso per capire se queste sostanze possano davvero avere un ruolo nella pratica medica.
Punti chiave
- Lo studio ha valutato il DMT come possibile terapia per la depressione.
- La ricerca era di fase II e ha coinvolto 34 partecipanti.
- Metà dei partecipanti ha ricevuto DMT, l’altra metà un placebo.
- Tutti hanno ricevuto supporto psicoterapeutico.
- Dopo due settimane, il gruppo DMT ha mostrato una maggiore riduzione dei sintomi depressivi.
- Gli autori sottolineano che i risultati sono promettenti ma preliminari.

Che cosa ha osservato lo studio
La sperimentazione, sponsorizzata e progettata da Small Pharma – oggi Cybin UK – è stata guidata dal dottor David Erritzoe, psichiatra e neuroscienziato dell’Imperial College London. Secondo quanto riportato, 17 persone hanno ricevuto un’iniezione di un composto a base di DMT sviluppato dall’azienda, mentre altre 17 hanno ricevuto un placebo. Tutti i partecipanti hanno comunque seguito un percorso con supporto psicoterapeutico.
Il dato centrale è arrivato a due settimane dall’iniezione: chi aveva ricevuto DMT ha mostrato una riduzione maggiore dei sintomi depressivi rispetto al gruppo placebo. Questo risultato non dimostra ancora un’efficacia definitiva, ma segnala che il composto merita ulteriori approfondimenti in studi più ampi e più lunghi.
Un’esperienza breve, non simile all’ayahuasca tradizionale
Il DMT utilizzato nel trial non coincide con l’ayahuasca preparata secondo la tradizione amazzonica. Nell’ayahuasca, le piante contengono sostanze psichedeliche e altri componenti che rallentano il metabolismo di questi composti, rendendo l’effetto più prolungato e spesso associato a nausea e vomito. La formulazione sintetica testata nello studio, invece, produce un’esperienza psichedelica intensa ma più breve, di circa 30 minuti, e non provoca vomito.
Un aspetto rilevante emerso nel dibattito sullo studio riguarda proprio il significato della componente corporea dell’esperienza. Secondo Daniel Perkins, dell’Università di Melbourne, il vomito nell’ayahuasca tradizionale può avere per alcune persone un valore psicologico o emotivo catartico. Tuttavia, nel complesso, non è emersa una differenza chiara tra chi aveva vomitato e chi no sul beneficio finale riportato nella ricerca citata.
Terapia psichedelica e accompagnamento clinico
La ricerca richiama un punto essenziale: la terapia psichedelica non coincide con la sola somministrazione della sostanza. Anche in questo studio, la presenza dei terapeuti è stata considerata fondamentale per preparare i pazienti, accompagnarli durante l’esperienza e aiutarli a integrare ciò che hanno vissuto nella fase successiva.
La differenza con i rituali tradizionali è evidente: nell’ayahuasca il sostegno passa attraverso cerimonie, canti e un contesto culturale specifico; nei trial clinici il supporto è affidato alla psicoterapia contemporanea. È proprio questa combinazione tra farmaco e accompagnamento che, almeno secondo gli autori e gli esperti citati, potrebbe essere una delle chiavi del potenziale terapeutico.
| Elemento | Dettaglio riportato |
|---|---|
| Tipo di studio | Fase II clinica |
| Partecipanti | 34 in totale |
| Gruppo DMT | 17 persone |
| Gruppo placebo | 17 persone |
| Follow-up principale | 2 settimane |
| Durata dell’esperienza | Circa 30 minuti |
| Supporto aggiuntivo | Psicoterapia per tutti i partecipanti |

Che cosa significano questi risultati
Il messaggio più prudente che arriva dallo studio è chiaro: il DMT non appare come una “soluzione rapida” per la depressione, ma come un possibile catalizzatore. In altre parole, potrebbe aiutare alcune persone a riconoscere cambiamenti necessari nel proprio modo di pensare o nella propria vita, ma il miglioramento reale sembrerebbe dipendere anche dal lavoro successivo con il terapeuta e dalla capacità di compiere scelte difficili nel tempo.
Per questo, il beneficio non andrebbe letto solo in termini di effetto farmacologico immediato. Se una persona comprende, ad esempio, che il proprio lavoro contribuisce alla sofferenza depressiva, il passaggio decisivo potrebbe essere concreto e non solo interiore: cambiare abitudini, affrontare una situazione pesante, prendere decisioni rimandate a lungo.
Promessa clinica e limiti attuali
Dal punto di vista della pratica clinica, i risultati si inseriscono in un panorama più ampio in cui gli psichedelici stanno tornando al centro della ricerca sulla depressione. Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration ha già approvato nel 2019 Spravato, uno spray nasale a base di ketamina per la depressione resistente. In parallelo, proseguono gli studi su psilocibina e MDMA, anche se non senza controversie regolatorie ed etiche.
Nel caso del DMT, restano però diversi ostacoli. Il trattamento richiede ancora una struttura clinica, un’iniezione e la presenza di terapeuti. Inoltre, come ricordato dagli autori, non tutti i pazienti desiderano o tollerano un’esperienza psichedelica intensa e potenzialmente scomoda. Rimane anche il tema del futuro delle terapie assistite da psichedelici: le aziende farmaceutiche potrebbero cercare di ridurre al minimo la componente psicoterapeutica, mentre proprio quella parte sembra centrale per il beneficio osservato.
Un segnale interessante, ma da leggere con cautela
Il limite principale dello studio è la sua dimensione ridotta. Con soli 34 partecipanti, i risultati possono suggerire una direzione, ma non bastano a definire un trattamento. Anche il breve intervallo di osservazione lascia aperte domande importanti: quanto dura l’effetto? In quali pazienti funziona meglio? Quale peso ha davvero la terapia di supporto?
Per ora, il quadro è quello di una ricerca che rafforza l’interesse per il DMT come possibile opzione sperimentale nella depressione, senza trasformarlo in una risposta già pronta. La prospettiva più realistica è quella di un trattamento che unisce biologia, esperienza soggettiva e psicoterapia, in un equilibrio ancora tutto da definire. È in questo spazio, tra entusiasmo e cautela, che si gioca il futuro di queste terapie.
Link fonte:
Hannah Harris Green. Ayahuasca psychedelic DMT shows promise as depression therapy. 2026-02-25 https://www.theguardian.com/science/2026/feb/25/ayahuasca-component-dmt-psychedelic
Erritzoe, D., Barba, T., Benway, T. et al. A short-acting psychedelic intervention for major depressive disorder: a phase IIa randomized placebo-controlled trial. Nat Med 32, 591–598 (2026). https://doi.org/10.1038/s41591-025-04154-z



















