Un esame del sangue potrebbe aiutare a intercettare il rischio di demenza molto prima che compaiano i primi segnali clinici.
È questa la prospettiva emersa da uno studio dell’University of California San Diego, pubblicato il 10 marzo 2026 su JAMA Network Open, che ha analizzato un biomarcatore chiamato p-tau217 in un grande campione di donne seguite per decenni.
La notizia è rilevante perché la demenza viene spesso riconosciuta quando il deterioramento della memoria o del pensiero è già evidente, cioè in una fase in cui intervenire è più difficile. Strumenti in grado di segnalare un rischio aumentato con molti anni di anticipo potrebbero aprire scenari nuovi per la prevenzione, il monitoraggio clinico e la ricerca sui fattori che accelerano o rallentano la comparsa dei sintomi.
Punti chiave
- Il biomarcatore p-tau217 nel sangue è risultato associato al rischio futuro di demenza nelle donne.
- La relazione è stata osservata fino a 25 anni prima dell’eventuale comparsa dei sintomi.
- Lo studio ha incluso 2.766 partecipanti inizialmente prive di disturbi cognitivi.
- Il rischio era più alto nelle donne con livelli più elevati del biomarcatore all’inizio del follow-up.
- L’associazione variava in base a età, fattore genetico APOE ε4 e altri elementi clinici.
- I test ematici per i biomarcatori non sono ancora raccomandati per l’uso clinico nelle persone senza sintomi.

Il biomarcatore osservato nel sangue
Il lavoro ha preso in esame la p-tau217, una forma fosforilata della proteina tau. Questa molecola è considerata un indicatore di cambiamenti cerebrali associati alla malattia di Alzheimer. Nel campione studiato, valori più alti di p-tau217 misurati nel sangue all’inizio dell’osservazione sono stati collegati a una probabilità maggiore di sviluppare in seguito compromissione cognitiva lieve o demenza.
Il dato più importante non riguarda solo il legame in sé, ma la sua distanza temporale: il biomarcatore è rimasto informativo anche su un orizzonte di follow-up molto lungo, fino a 25 anni. In altre parole, alcune donne che erano cognitivemente integre all’ingresso nello studio hanno mostrato, già anni prima dei sintomi, un segnale biologico compatibile con un rischio più alto nel tempo.
Chi è stato seguito e come
I ricercatori hanno utilizzato i dati della Women’s Health Initiative Memory Study, una coorte nazionale che ha coinvolto donne tra i 65 e i 79 anni arruolate alla fine degli anni Novanta. Le partecipanti erano tutte cognitivamente sane al momento dell’ingresso.
I campioni di sangue raccolti all’inizio sono stati analizzati successivamente per misurare p-tau217, mentre negli anni seguenti sono stati registrati i casi di declino cognitivo e demenza.
Dati principali emersi dallo studio
- 2.766 donne incluse nell’analisi.
- Follow-up fino a 25 anni.
- Più il livello di p-tau217 era alto, maggiore risultava il rischio futuro di demenza.
- L’associazione era più forte nelle donne oltre i 70 anni al basale.
- Il legame era più marcato anche nelle portatrici del fattore genetico APOE ε4.
- La p-tau217 risultava più predittiva nelle donne assegnate a terapia ormonale combinata con estrogeni e progestinico rispetto al placebo.
Perché il segnale non è uguale per tutte
Lo studio mostra che l’utilità del biomarcatore non è uniforme. L’associazione tra p-tau217 e cattivi esiti cognitivi è apparsa diversa in base all’età iniziale, alla predisposizione genetica e ad altri fattori. Anche tra donne bianche e nere la forza dell’associazione variava, ma l’unione tra p-tau217 ed età migliorava la capacità di previsione in entrambi i gruppi.
Questo significa che il valore del test potrebbe dipendere dal contesto biologico e clinico complessivo, non da un singolo parametro isolato. In prospettiva, la combinazione tra biomarcatori e caratteristiche personali potrebbe rendere la stima del rischio più accurata rispetto a un approccio basato su un solo indicatore.
| Elemento | Risultato osservato |
|---|---|
| Biomarcatore | p-tau217 nel sangue |
| Popolazione | Donne 65-79 anni, cognitivemente integre al basale |
| Dimensione campione | 2.766 partecipanti |
| Durata osservazione | Fino a 25 anni |
| Esito | Rischio più alto di compromissione cognitiva lieve e demenza |

Che cosa cambia per la ricerca sulla demenza
Il principale messaggio dello studio è che un segnale biologico misurabile nel sangue potrebbe anticipare di molti anni l’identificazione delle donne a rischio di demenza. Se confermato da ulteriori ricerche, questo tipo di test potrebbe diventare utile per costruire percorsi di monitoraggio precoce e per studiare con maggiore precisione come età, genetica e altri fattori di salute influenzino l’evoluzione del rischio nel tempo.
Per la pratica clinica, però, la prudenza resta necessaria. Gli autori ricordano che i biomarcatori ematici non sono attualmente raccomandati per l’uso nelle persone senza sintomi cognitivi. La ragione è semplice: serve capire meglio se un’identificazione molto anticipata cambi davvero gli esiti, e in che modo debba essere integrata nella valutazione medica.
Utilità potenziale e limiti
Un possibile vantaggio
Rispetto a esami più invasivi, come il prelievo di liquido cerebrospinale, o a tecniche di imaging cerebrale, un test del sangue è più semplice e potenzialmente più accessibile. Per questo p-tau217 viene considerato un candidato promettente per accelerare la ricerca sulla prevenzione e sulle condizioni che favoriscono la comparsa della demenza.
Ciò che ancora non si sa
Restano aperte diverse domande: quale soglia usare per definire un rischio clinicamente rilevante, come interpretare il risultato nelle diverse fasce d’età, e se la combinazione con altri fattori possa migliorare davvero la previsione individuale. Inoltre, lo studio riguarda donne anziane e non basta da solo per definire l’uso del test nella popolazione generale.
Il valore del lavoro sta proprio in questo: mostra che il cervello può lasciare tracce biologiche molto prima dei sintomi, ma ricorda anche che la strada dalla previsione alla prevenzione efficace richiede ulteriori conferme. Nel frattempo, p-tau217 si conferma uno degli indicatori più interessanti per capire come nasce, nel tempo, il rischio di demenza nelle donne.
Link fonte:
Lizelda Lopez. Blood Test Predicts Dementia in Women as Many as 25 Years Before Symptoms Begin. March 10, 2026 https://today.ucsd.edu/story/blood-test-predicts-dementia-in-women-as-many-as-25-years-before-symptoms-begin


















