I disturbi psichiatrici continuano a rappresentare una delle sfide più complesse per la salute pubblica, anche perché la diagnosi si basa ancora soprattutto su sintomi clinici e osservazione specialistica. Negli ultimi anni, però, l’attenzione della ricerca si è spostata anche su un possibile alleato inatteso: il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che abitano l’intestino e che dialogano con il cervello attraverso il cosiddetto asse intestino-cervello.
Su Frontiers in Neuroscience, nel febbraio 2026, è stata pubblicata una revisione sistematica che ha cercato di capire se la disbiosi microbica possa lasciare firme riconoscibili nei diversi disturbi psichiatrici. L’idea di fondo è importante: se alcune alterazioni batteriche risultassero abbastanza costanti, potrebbero in futuro affiancare i criteri clinici come supporto diagnostico non invasivo.
Il tema è rilevante sia per la psichiatria sia per le neuroscienze, perché suggerisce che alcuni disturbi non coinvolgano soltanto il cervello in senso stretto, ma anche sistemi biologici periferici che influenzano infiammazione, metabolismo e comunicazione nervosa. Per questo il microbiota è diventato un campo di studio sempre più osservato anche in relazione a schizofrenia, disturbi dell’umore, autismo e disturbi del comportamento alimentare.
La revisione non prova che le alterazioni intestinali causino direttamente i disturbi, ma mostra che il microbiota potrebbe offrire informazioni utili per comprendere meglio queste condizioni e, in prospettiva, per migliorare la diagnosi.
Punti chiave
- Il microbiota intestinale è sempre più studiato nei disturbi psichiatrici.
- La revisione è stata pubblicata su Frontiers in Neuroscience.
- Sono stati inclusi 80 studi per 2.691 partecipanti complessivi.
- Emergono alterazioni microbiche in più diagnosi, con alcune firme specifiche.
- La disbiosi potrebbe diventare un supporto diagnostico non invasivo.
- Servono però studi longitudinali e metodi standardizzati per confermare i risultati.

Che cosa ha analizzato la revisione
Il gruppo di ricerca ha condotto una revisione sistematica seguendo le linee guida PRISMA 2020, consultando PubMed, Scopus, CENTRAL e PsycINFO. Sono stati presi in considerazione solo studi osservazionali e di intervento che riportassero diagnosi psichiatriche definite secondo il DSM-5 e una caratterizzazione della disbiosi a livello di phylum, famiglia e genere.
La scelta di analizzare il microbiota a più livelli tassonomici è importante perché permette di individuare non solo cambiamenti generali, ma anche pattern più specifici per ciascun disturbo. In parallelo, gli autori hanno valutato il rischio di bias con strumenti dell’NIH, per distinguere i risultati più solidi da quelli potenzialmente meno affidabili.
Un campione ampio, ma eterogeneo
Alla fine della selezione sono stati inclusi 80 documenti, per un totale di 2.691 partecipanti. Si tratta di un numero significativo, ma distribuito tra disturbi diversi, popolazioni eterogenee e metodologie non sempre sovrapponibili. Proprio per questo la revisione punta soprattutto a individuare tendenze riproducibili, più che a definire un singolo biomarcatore valido per tutti.
Le firme microbiche osservate
Nel complesso, i ricercatori hanno trovato alterazioni ricorrenti in alcuni grandi gruppi batterici, in particolare Firmicutes, Bacteroidetes e Actinobacteria. Tuttavia, ogni disturbo mostrava anche un profilo in parte distinto.
| Disturbo | Alterazioni principali del microbiota |
|---|---|
| Spettro autistico | Riduzione di Firmicutes e Bacteroidetes; aumento di Bifidobacteriaceae ed Eggerthellaceae |
| Disturbi dell’umore | Aumento di Christensenellaceae; diminuzione di Ruminococcaceae |
| Schizofrenia | Aumento di Lachnospiraceae, Christensenellaceae ed Enterobacteriaceae; riduzione di Akkermansia e Turicibacteraceae |
| Anoressia nervosa e binge eating | Profonda disbiosi, con forte riduzione di Lactobacillus e perdita di Akkermansia |
| ADHD | Squilibrio del rapporto Firmicutes/Bacteroidetes |
Tra i dati riportati, alcuni sono particolarmente marcati: nell’autismo si osservano variazioni percentuali di circa -4,79% per i Firmicutes e -3,29% per i Bacteroidetes, mentre nei disturbi dell’umore Christensenellaceae risultano aumentate di 18,1% e Ruminococcaceae ridotte di 2,0%. Nella schizofrenia, invece, gli aumenti di alcune famiglie batteriche oscillano tra 11% e 28%, accompagnati da riduzioni di Akkermansia e Turicibacteraceae tra 9% e 28%.
Ancora più nette le alterazioni nei disturbi del comportamento alimentare, dove la revisione segnala una riduzione di Lactobacillus del 48,5% e una perdita totale di Akkermansia (100%). Nell’ADHD, infine, lo squilibrio del rapporto Firmicutes/Bacteroidetes appare particolarmente evidente, con variazioni riportate di -49,8% e -56,6%.

Cosa possono significare questi risultati
La lettura più prudente dei dati è che alcuni disturbi psichiatrici siano associati a modelli di disbiosi riproducibili, cioè a modificazioni del microbiota che ricorrono in più studi. Questo non significa che esista già un test diagnostico pronto all’uso, ma suggerisce che il microbiota potrebbe diventare, in futuro, un indicatore biologico di supporto alla diagnosi psichiatrica.
Il potenziale è rilevante soprattutto per una ragione pratica: la psichiatria dispone ancora di pochi biomarcatori oggettivi. Un profilo microbico, se validato, potrebbe offrire un’informazione aggiuntiva, non invasiva e teoricamente facile da ottenere. Tuttavia, i dati attuali non permettono di sostituire la valutazione clinica, che resta centrale.
Le possibili applicazioni cliniche
Se confermate, queste firme potrebbero aiutare in diversi ambiti:
- diagnosi, come supporto ai criteri clinici;
- stratificazione dei pazienti, distinguendo profili biologici diversi all’interno dello stesso disturbo;
- ricerca traslazionale, per capire meglio il legame tra intestino, immunità e cervello;
- sviluppo di nuovi marcatori da integrare con altri dati biologici.
Limiti e prospettive
La revisione, però, presenta limiti importanti che emergono già dall’impostazione degli studi inclusi. Le ricerche considerate sono infatti molto diverse per disegno, popolazione, metodi di analisi e criteri di confronto. Questo rende più difficile confrontare in modo diretto i risultati e stabilire quali alterazioni siano davvero specifiche per ogni diagnosi.
Per gli autori, il passaggio decisivo sarà affidato a studi longitudinali e a ricerche meccanicistiche, condotte con metodi standardizzati. Solo così sarà possibile verificare se le firme microbiche osservate siano stabili nel tempo, se precedano i sintomi o se riflettano invece conseguenze della malattia, delle terapie o dello stile di vita.
In questa prospettiva, il microbiota non appare come una risposta definitiva, ma come una nuova chiave di lettura biologica dei disturbi psichiatrici. La revisione pubblicata su Frontiers in Neuroscience mostra che il dialogo tra intestino e cervello potrebbe avere un ruolo più concreto del previsto, pur restando ancora lontano dalla pratica clinica quotidiana.
Link fonte:
Espinosa P, Hinojosa-Figueroa MS, Vallejo P, Pérez F, Burneo G, Villarreal C, Rodas JA and Leon-Rojas JE (2026) Microbial dysbiosis as a diagnostic marker in psychiatric disorders: a systematic review of gut–brain axis disruptions. Front. Neurosci. 20:1728473. doi: 10.3389/fnins.2026.1728473



















