Social network, adolescenti e cervello: il dibattito su divieti, rischi e alternative

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Il rapporto tra adolescenti e social network è diventato uno dei temi più discussi quando si parla di salute mentale e sviluppo cognitivo.

A rilanciare il dibattito, riferisce d Repubblica nel pezzo del 17 maggio 2026, sono state anche le scelte di alcuni Paesi che stanno introducendo limiti d’età sempre più rigidi per l’accesso alle piattaforme.

Sullo sfondo c’è una domanda concreta: proteggere i più giovani significa vietare, regolare meglio o educare all’uso?

Il tema è rilevante perché oggi i social non sono più un ambiente marginale, ma uno spazio quotidiano in cui si costruiscono confronto sociale, identità e relazioni. Allo stesso tempo, possono esporre a cyberbullismo, pornografia, violenza e molestie online.

Per alcuni esperti questo ecosistema avrebbe effetti non solo emotivi, ma anche cognitivi; per altri, invece, il problema non si risolve con un semplice divieto.

Punti chiave

  • Il dibattito nasce dal presunto legame tra social network, salute mentale e capacità cognitive dei giovani.
  • La Generazione Z è al centro di ipotesi su un possibile calo del quoziente intellettivo.
  • Alcuni Paesi stanno imponendo limiti d’età all’uso delle piattaforme.
  • Gli esperti non concordano sul fatto che il divieto sia la soluzione migliore.
  • Educazione digitale, sicurezza delle piattaforme e ruolo dei genitori restano elementi centrali.
Scena realistica in stile magazine neuroscientifico: un gruppo di adolescenti in un ambiente urbano e scolastico, alcuni immersi nello smartphone e altri in conversazione, con un senso visivo di confronto sociale e sovraccarico digitale; luce naturale, composizione dinamica, dettagli autentici, nessun elemento grafico

Che cosa suggerisce il dibattito scientifico

Nel servizio viene ricordato come il neuroscienziato Jared Horvath abbia parlato, davanti al Congresso americano, di una possibile inversione di tendenza rispetto all’Effetto Flynn, cioè all’aumento dei punteggi dei test di intelligenza osservato per oltre un secolo. Secondo questa lettura, la Generazione Z potrebbe essere la prima ad aver mostrato un quoziente intellettivo leggermente più basso di quello della generazione precedente, con un calo stimato tra 2 e 4 punti. Si tratta però di un’interpretazione ancora discussa e non di una certezza consolidata.

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Nel testo, Giuseppe Riva, direttore dello Human Technology Lab dell’Università Cattolica di Milano, sottolinea che esiste una correlazione tra uso dei social, salute mentale e possibili riduzioni delle capacità cognitive, ma che gli studi disponibili non hanno ancora dimostrato con chiarezza un rapporto di causa-effetto. In altre parole, la relazione non è semplice: oltre alle piattaforme digitali, potrebbero contare anche fattori come l’incertezza economica e la crisi ambientale.

Numeri e segnali riportati

DatoValore
Adolescenti che usano almeno un social network95%
Adolescenti che li usano quasi costantemente36%
Bambini tra 8 e 12 anni che li consultano regolarmente40%
Aumento di problemi legati ad ansia e depressione tra gli adolescenti20%
Partecipazione ai social tra 16 e 29 anni in Italia80% (media UE: 89%)

Perché l’età conta nello sviluppo

Il punto cruciale, secondo gli esperti citati, è che negli adolescenti le aree cerebrali coinvolte nelle scelte e nel controllo degli impulsi non sono ancora pienamente mature. Per questo l’esposizione continua a contenuti costruiti per attirare l’attenzione può avere un impatto particolare.

Jonathan Haidt, psicologo americano e autore de La generazione ansiosa, sostiene una posizione molto netta: per lui la causalità tra social media e declino cognitivo sarebbe ormai robusta, e piattaforme come TikTok, con video brevissimi e ad alta frequenza, sarebbero capaci di ridurre l’attenzione e peggiorare l’accuratezza della memoria. Nel pezzo viene citata anche Jean Twenge, da tempo tra le studiose più note in questo dibattito.

Ma il quadro non è univoco. Diversi esperti invitano a prudenza e ricordano che i social possono anche offrire connessione, sostegno e un luogo in cui costruire identità, soprattutto per i giovani più isolati. Il nodo, quindi, non è solo quanto tempo si passa online, ma come si usano le piattaforme e con quali effetti sulla vita quotidiana.

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Immagine editoriale realistica di un genitore e un insegnante che discutono con un ragazzo davanti a uno smartphone, in un contesto scolastico luminoso e rassicurante, per rappresentare educazione digitale e accompagnamento all’uso dei social; stile sobrio, fotografico, alta definizione, nessun testo

Divieti, educazione digitale e responsabilità delle piattaforme

Il servizio mostra come il dibattito si stia spostando dalle posizioni assolute a quelle più articolate. Da una parte, alcuni governi stanno scegliendo il divieto per età o limiti più severi: l’Australia è indicata come il primo Paese ad aver vietato i social ai minori di 16 anni, mentre altri Stati hanno fissato soglie diverse.

Dall’altra, studiosi come Margarita Panayiotou osservano che un bando generalizzato potrebbe essere persino controproducente e non tener conto del ruolo positivo che le piattaforme possono avere per la socialità e il supporto reciproco.

Il limite dello screen time

Un punto condiviso da più voci è che il solo screen time non basta a descrivere il problema. Il tempo trascorso online dice poco su ciò che avviene davvero: uso attivo o passivo, esperienza emotiva, modalità compulsive, qualità delle interazioni, interferenza con sonno, studio e vita sociale.

Per questo, secondo Elisa Serafinelli dell’Università di Manchester, servono politiche che puntino sulla sicurezza by design, cioè su piattaforme progettate fin dall’inizio per essere più sicure, insieme a maggiore trasparenza e responsabilità per le aziende tecnologiche.

Che cosa resta utile nella pratica

Nel pezzo emerge anche un’idea più concreta e meno ideologica: investire nell’educazione digitale. Riva cita l’esperienza di Verbania, dove è stato introdotto un patentino per lo smartphone ottenibile a scuola e già adottato da migliaia di ragazzi.

Anche i genitori, viene suggerito, dovrebbero guardare meno alla durata in sé e più ai segnali di disagio: isolamento, perdita di sonno, difficoltà a staccarsi dal dispositivo, cambiamenti nel comportamento abituale.

La conclusione che si ricava dal testo è prudente ma chiara: i social network non possono essere letti solo come un pericolo da vietare, né come strumenti neutrali. Il loro impatto dipende dall’età, dal design delle piattaforme, dal contesto familiare e scolastico, e dalla capacità degli adulti e delle istituzioni di costruire regole realistiche. In questa prospettiva, il problema non è soltanto impedire l’accesso, ma capire come accompagnare una generazione che cresce dentro un ambiente digitale pervasivo e ancora poco governato.

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Link fonte:

Deborah Ameri. I RAGAZZI E I DANNI DEI SOCIAL: PSICOLOGICI, MA ANCHE COGNITIVI. E IL RIMEDIO NON È VIETARLI…. 17.05.2026 https://d.repubblica.it/culture/2026/05/17/news/i_ragazzi_e_i_danni_dei_social_non_solo_psicologici_ma_anche_cognitivi_e_il_rimedio_non_e_vietali-425348005/

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