Per anni la schizofrenia è stata trattata soprattutto pensando ai sintomi psicotici, mentre il peso dei disturbi cognitivi è rimasto in secondo piano. Eppure, difficoltà di attenzione, memoria, apprendimento e ragionamento sono tra gli elementi che incidono di più sulla qualità della vita e sull’autonomia delle persone.
Su questo punto si concentra una review pubblicata su Frontiers in Psychiatry, che sintetizza le evidenze più recenti sul potenziale dei recettori muscarinici M1 e M4 nel trattamento del deficit cognitivo associato alla schizofrenia.
Il tema è attuale perché, nonostante gli antipsicotici disponibili aiutino i sintomi positivi come deliri e allucinazioni, lasciano spesso irrisolti i problemi cognitivi e negativi. La review mostra come il sistema colinergico, in particolare i recettori muscarinici, stia tornando al centro della ricerca grazie a dati preclinici e a primi risultati clinici incoraggianti.
Non si tratta di una svolta già acquisita, ma di un cambio di prospettiva importante: intervenire su circuiti cerebrali diversi da quelli della dopamina potrebbe offrire nuove possibilità terapeutiche.
Punti chiave
- La compromissione cognitiva è un tratto centrale della schizofrenia e pesa molto sugli esiti funzionali.
- Non esistono ancora farmaci approvati specificamente per la cognitive impairment associated with schizophrenia (CIAS).
- I recettori M1 e M4 sono fortemente espressi in aree cerebrali coinvolte in memoria e attenzione.
- Nei modelli animali, l’attivazione di questi recettori migliora diversi aspetti della cognizione.
- Il farmaco combinato xanomeline-trospium (KarXT) ha mostrato benefici cognitivi in sottogruppi di pazienti con deficit di base più marcato.
- Altri composti muscarinici sono in sviluppo clinico per la schizofrenia.

Dal sistema colinergico ai circuiti della cognizione
La review parte da un punto fermo: nella schizofrenia la compromissione cognitiva non è un sintomo accessorio, ma un nucleo della malattia. In media, le persone con schizofrenia presentano prestazioni inferiori di circa 1,5-2 deviazioni standard rispetto ai valori normativi sani. Le difficoltà riguardano più domini, tra cui memoria di lavoro, attenzione, velocità di elaborazione, apprendimento e problem solving.
Gli autori ricordano che i trattamenti di prima linea basati sul blocco dei recettori D2 della dopamina non migliorano in modo sostanziale questi deficit. Da qui l’interesse verso altri sistemi neurotrasmettitoriali, in particolare quello dell’acetilcolina.
I recettori muscarinici appartengono a una famiglia di cinque sottotipi; tra questi, M1 e M4 sono quelli più rilevanti per i circuiti cognitivi perché molto espressi in regioni come ippocampo e corteccia prefrontale.
Perché M1 e M4 sono così interessanti
Dal punto di vista funzionale, M1 tende a facilitare l’eccitabilità neuronale, mentre M4 ha un’azione più inibitoria. Questa combinazione può sembrare opposta, ma in realtà è proprio l’equilibrio tra eccitazione e inibizione a sostenere memoria e attenzione. La review sottolinea anche che i farmaci muscarinici più selettivi sono stati sviluppati cercando di evitare gli effetti collaterali periferici, come nausea, vomito, diarrea e ipersalivazione, che avevano limitato i primi tentativi terapeutici.
Dalla vecchia xanomeline ai nuovi composti
Un passaggio chiave della storia è xanomeline, un agonista preferenziale per M1/M4. In studi iniziali su Alzheimer mostrò un miglioramento cognitivo e, inaspettatamente, anche un effetto sui sintomi psicotici. In un piccolo studio su pazienti con schizofrenia acuta, xanomeline migliorò alcuni aspetti cognitivi e i sintomi positivi e negativi, ma la tollerabilità fu scarsa per gli effetti colinergici periferici. Questo limite ha spinto lo sviluppo di strategie più raffinate, come l’uso di modulatori allosterici positivi e composti capaci di agire in modo più selettivo sui sottotipi recettoriali.
Nei modelli animali, l’attivazione di M1 e M4 ha mostrato effetti pro-cognitivi in compiti di memoria, apprendimento, attenzione e flessibilità cognitiva. La review riassume anche alcuni dati numerici e qualitativi rilevanti:
| Approccio / risultato | Dato riportato |
|---|---|
| Deficit cognitivi nella schizofrenia | In media 1,5-2 deviazioni standard sotto la norma |
| Xanomeline nello studio su Alzheimer | Miglioramento cognitivo rispetto al placebo, con effetto massimo a 8 settimane |
| KarXT: fase 2 | Nel sottogruppo con deficit cognitivo clinicamente significativo, effetto favorevole con Cohen’s d = 0,50 |
| KarXT: dati aggregati di fase 3 | Nel sottogruppo con deficit al basale, miglioramento cognitivo con Cohen’s d = 0,54 |
Cosa succede nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale
La review dedica ampio spazio ai meccanismi nei circuiti cerebrali. Nell’ippocampo, M1 e M4 contribuiscono a regolare il rapporto tra glutammato e GABA, influenzando oscillazioni gamma e plasticità sinaptica, due processi importanti per apprendimento e memoria. Nella corteccia prefrontale, l’attivazione muscarinica può migliorare il rapporto segnale-rumore, favorire la trasmissione di acetilcolina e modulare anche la dopamina. Questo è rilevante perché nella schizofrenia la disfunzione di questi circuiti si associa a difficoltà cognitive e a una comunicazione meno efficiente tra aree cerebrali.

Che cosa cambia per la pratica clinica
Il messaggio principale della review è prudente ma importante: la farmacologia muscarinica potrebbe aprire una strada nuova per trattare la schizofrenia in modo più completo, includendo non solo i sintomi psicotici ma anche quelli cognitivi.
Questo sarebbe particolarmente rilevante nella pratica clinica, perché proprio i deficit cognitivi restano spesso i più persistenti e i più legati alla disabilità a lungo termine. Se confermati, questi risultati potrebbero aiutare a colmare una delle maggiori aree di bisogno insoddisfatto in psichiatria.
Il caso più avanzato è KarXT, formulazione di xanomeline con trospio per limitare gli effetti collaterali periferici. Nei trial decisivi, KarXT ha migliorato i sintomi globali della schizofrenia rispetto al placebo e, nei sottogruppi con compromissione cognitiva al basale, ha mostrato anche un beneficio cognitivo ripetuto tra fase 2 e fase 3. Tuttavia, la review sottolinea che il segnale cognitivo non è emerso in tutto il campione e che servono studi più lunghi e controllati, soprattutto in pazienti clinicamente stabili, per capire quanto questo effetto sia robusto e generalizzabile.
Punti di forza e limiti delle prove disponibili
Tra i punti di forza delle evidenze citate ci sono la convergenza tra dati preclinici, neuroimaging e risultati clinici preliminari, oltre alla replicazione di alcuni segnali positivi nei trial su KarXT. Resta però una cautela sostanziale: la review è basata su studi eterogenei, con approcci diversi, campioni spesso limitati e, in alcuni casi, dati cognitivi ancora esplorativi o post hoc. Inoltre, i meccanismi esatti che legano i recettori M1 e M4 al miglioramento delle funzioni cognitive non sono ancora del tutto chiariti, e il rapporto tra dose, risposta e possibili effetti non lineari richiede ulteriori conferme.
Uno scenario ancora in evoluzione
Accanto a KarXT, sono in sviluppo altri composti mirati a M4 o a M1/M4, alcuni già in fase 2 o 3. Questo indica che il campo non è più confinato all’ipotesi biologica, ma sta entrando in una fase di verifica clinica più concreta. In prospettiva, la sfida sarà capire quali pazienti possano trarre il massimo beneficio, con quali profili di sicurezza e in quale fase di malattia. Per ora, la conclusione più solida è che il sistema muscarinico è tornato a essere un bersaglio credibile per la schizofrenia, soprattutto quando l’obiettivo non è solo controllare i sintomi acuti, ma migliorare il funzionamento quotidiano nel lungo periodo.
Link fonte:
Samantha E. Yohn, Phillip D. Harvey, Stephen K. Brannan, William P. Horan. The potential of muscarinic M1 and M4 receptor activators for the treatment of cognitive impairment associated with schizophrenia. 2024-10-04 https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2024.1421554/full



















