Quando un terremoto, un’alluvione o un’emergenza legata al clima spezzano le abitudini quotidiane, il danno non riguarda solo case e infrastrutture. Vengono interrotte relazioni, ruoli sociali, routine e punti di riferimento che aiutano a mantenere equilibrio psicologico.
In questo contesto, una corrispondenza pubblicata su The Lancet e firmata da ricercatori della Juntendo University richiama l’attenzione su un aspetto spesso meno visibile della psichiatria dei disastri: la possibilità di ricostruire un senso di appartenenza.
Il tema è rilevante oggi perché gli eventi traumatici collettivi sono sempre più frequenti e complessi, tra spostamenti forzati, conflitti e crisi climatiche. Nelle prime fasi dell’emergenza, riconoscere i sintomi acuti resta fondamentale.
Ma la letteratura clinica e l’esperienza sul campo indicano che la guarigione a lungo termine non dipende soltanto dall’accesso ai servizi, bensì anche dalla capacità di tornare a vivere in un contesto che restituisca dignità, stabilità e significato.
Punti chiave
- L’ “Ibasho” indica uno spazio di appartenenza, relazioni e ruolo nella comunità.
- Gli autori lo propongono come elemento utile nella psichiatria dei disastri.
- La sola valutazione dei sintomi acuti non basta a spiegare il recupero psicologico.
- Ritrovare routine, legami e funzioni sociali può sostenere la resilienza.
- Il concetto si allinea con il quadro umanitario centrato su dignità e continuità di cura.
- Le esperienze giapponesi dopo il sisma del 2011 e l’incidente di Fukushima offrono un riferimento concreto.

Che cos’è l’ibasho e perché conta dopo un disastro
Nella prospettiva discussa dagli autori, ibasho non è soltanto un posto dove andare, ma un contesto in cui una persona può sentirsi riconosciuta, utile e connessa agli altri. Il termine descrive spazi comunitari in cui riprendono le routine, si ricostruiscono i ruoli quotidiani e si riattivano le reti sociali. In altre parole, la cura non passa solo attraverso l’assistenza clinica, ma anche attraverso la restituzione di una normalità condivisa.
La corrispondenza colloca questo approccio dentro il quadro internazionale Sphere, che sottolinea la necessità di garantire sopravvivenza con dignità, continuità dell’assistenza e sistemi coordinati di supporto nelle crisi. L’ibasho viene presentato come una possibile infrastruttura sociale locale capace di tradurre questi principi in pratica.
L’esperienza giapponese
Gli autori richiamano esempi provenienti dalle aree colpite dal Grande terremoto del Giappone orientale del 2011 e dall’incidente nucleare di Fukushima. In quelle comunità, tra gli anziani nelle zone di evacuazione, sono aumentate le consulenze per demenza e i sintomi comportamentali e psicologici della demenza (BPSD). Al contrario, nei contesti in cui furono attivati programmi ispirati all’ibasho, il recupero apparve più stabile: le routine risultavano più solide e le relazioni familiari e sociali più favorevoli.
Il messaggio centrale è che il recupero migliora quando le persone riescono a riacquistare un ruolo significativo nella vita comunitaria, e non soltanto a ricevere assistenza passiva.
Elementi messi in evidenza dagli autori
- Focus: recupero psicologico dopo disastri.
- Approccio: comunità, routine e relazioni come strumenti di cura.
- Popolazione citata: soprattutto anziani colpiti da evacuazione e disruption sociale.
- Quadro teorico: dignità, continuità e supporto coordinato.
- Esito suggerito: maggiore stabilità del recupero quando la persona ritrova un ruolo sociale.

Quali implicazioni per la salute mentale dopo le emergenze
La corrispondenza invita a ripensare la psichiatria dei disastri in modo più ampio. L’identificazione precoce dei sintomi resta necessaria, ma non esaurisce il problema. Dopo uno sfollamento o una perdita, il bisogno è anche quello di rimettere in moto la vita quotidiana: poter incontrare gli altri, contribuire alla comunità, conservare un senso di utilità. In questo senso, l’ibasho viene descritto come una forma di infrastruttura sociale capace di sostenere la ripresa psicologica.
Particolarmente importante, secondo gli autori, è il fatto che gli interventi siano culturalmente congruenti. In alcune comunità, ricostruire prima le routine e i legami sociali può rappresentare il passaggio iniziale più accettabile e più efficace, anche prima di altri interventi più formali.
Possibili ricadute cliniche e limiti del contributo
Dal punto di vista clinico, questo approccio suggerisce che la risposta alle emergenze dovrebbe includere non solo servizi sanitari e supporto psicologico, ma anche spazi e pratiche che favoriscano la partecipazione sociale. Il concetto potrebbe essere particolarmente utile in contesti con popolazioni anziane, come il Giappone, dove la combinazione tra vulnerabilità da disastro e invecchiamento della popolazione rende più urgente proteggere continuità, autonomia e relazioni.
Va però ricordato che il testo è una corrispondenza, non uno studio clinico originale. Le evidenze riportate sono soprattutto argomentative e basate su esempi e osservazioni già disponibili, senza dati quantitativi nuovi nel documento descritto. Proprio per questo il contributo non dimostra in modo definitivo l’efficacia dell’ibasho, ma chiarisce una direzione di lavoro rilevante per ricerca e pratica.
Il punto di arrivo è semplice ma incisivo: dopo un disastro, guarire significa anche tornare ad avere un posto nel mondo degli altri. Per la salute mentale nelle emergenze, questa può essere una delle condizioni più decisive e allo stesso tempo più difficili da ricostruire.
Link fonte:
Juntendo University. IBASHO concept offers a community-led approach to disaster psychiatry. May 11 2026 https://www.news-medical.net/news/20260511/Ibasho-concept-offers-a-community-led-approach-to-disaster-psychiatry.aspx



















